Gianlucarocca Avellino Notizie

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LA CASSAFORTE VUOTA E L'EREDITA' CONTESA - (da Il Mattino di oggi, 5 giugno 2014) - C'è una cassaforte con 80mila euro tra contanti, oro e gioielli. C'è un anziano vedovo che muore all'improvviso, cadendo da un albero, e c'è un testamento contestato: un'eredità sospesa tra il figlio del defunto (un agronomo altirpino cinquantenne) e la donna con la quale il vedovo aveva iniziato a convivere da qualche anno. Un'eredità contesa tra famiglia originaria e famiglia "acquisita", che è addirittura sfociata in un processo penale per furto e sequestro di persona: la donna dice di essere stata tenuta prigioniera in una stanza mentre l'agronomo, pochi giorni dopo il funerale, con l'aiuto di un fabbro e a colpi di flex, "forzava" la cassaforte del vedovo. Ieri mattina le due parti in causa sono comparse in tribunale, nell'aula della corte d'Assise di Avellino, davanti al giudice Calabrese. In quella cassaforte, stando alla ricostruzione fatta dalla donna (assistita dall'avvocato Marina Mosca), ci sarebbero stati 50mila euro in contanti, gioielli e preziosi per altri 30mila euro circa. Stando invece alle dichiarazioni dell'agronomo (difeso dall'avvocato Gaetano Aufiero), c'era soltanto una piccola scatola con una dentiera usata, niente di valore. Sul banco degli imputati anche la moglie dell'agronomo (insegnante alle scuole superiori di Sant'Angelo dei Lombardi), che ha ricostruito così quei fatidici giorni dopo l'incidente mortale: «Era il 19 settembre del 2006 e ci eravamo temporaneamente trasferiti nella casa di mio suocero per il funerale. Con la sua nuova compagna i rapporti erano tranquilli, anche se a nessuno, in famiglia, piaceva quella relazione. Ci sembrava sospetta e motivata da interessi materiali e non sentimentali. Siamo comunque persone di buon senso e non abbiamo mai avuto litigi o discussioni». « Mio marito - ha continuato a raccontare al giudice l'insegnante, con un evidente sforzo emotivo - mi ha detto che quella donna era stata avvisata dell'arrivo del fabbro ed era stata anche invitata ad assistere alle operazioni di apertura, ma si era rifiutata e insieme alla figlia era rimasta in cucina. Sono assurde le accuse di sequestro: la porta di quella cucina non ha mai avuto la chiave, quindi era impossibile chiuderla; e poi c'erano due finestre e visto che era al pian terreno sarebbero potute uscire in tutta tranquillità; e c'era anche un telefono fisso, avrebbero potuto chiamare i soccorsi se si fossero sentite imprigionate». Un resoconto messo in discussione dal testimone chiamato poi a deporre dall'avvocato Mosca, il figlio della compagna del vedovo, un libero professionista residente a Roma: «Mia madre mi ha chiamato quella sera stessa, dopo che il fabbro se ne era andato. Mi ha raccontato che lei e mia sorella erano appena riuscite a tornare nella loro camera al primo piano; che erano state bloccate in cucina mentre veniva aperta la cassaforte e che dalla cucina era stato fatto sparire il telefono cordless, impedendogli così qualsiasi forma di comunicazione con l'esterno, anche perché lì, al piano terra, i telefoni cellulari non hanno campo». «Ma c'erano le finestre da cui potevano fuggire», lo ha incalzato l'avvocato Aufiero: «Sì, ma lì era tutta campagna aperta, non potevano andare da nessuna parte. Una situazione allucinante». L'asso nella manica della difesa è comunque un altro: una registrazione audio fatta dall'agronomo il giorno dopo l'episodio della cassaforte, quando le due parti in causa si incontrano per cercare un accordo: «In quella concitata conversazione - fa notare l'avvocato Aufiero -, trascritta integralmente dal nostro consulente tecnico, la dottoressa Iuliano, si sente chiaramente il figlio della donna minacciare il mio cliente, gli dice che ci sarebbe un testamento di cui sono in possesso che lascia tutto alla madre, e dice frasi del tipo "ti tengo per le p….", "se non raggiungiamo un accordo in cui riconosci a noi l'eredità ti crocifiggo, ti denuncio" ed epiteti vari». «Ammetto che la discussione è stata animata - ha dichiarato il professionista romano - ma non avevamo nessuna intenzione di accaparrarci tutta l'eredità. Anzi, la nostra proposta era di usarla per pagare tutti i debiti lasciati in giro per il mondo dal defunto (per anni residente in Svizzera, ndr.) e di dividerci il resto in parti uguali». Fatto sta che l'accordo non viene raggiunto e pochi giorni dopo arriva la denuncia per furto e sequestro di persona. Ora l'estate 2014 passerà lasciando in sospeso il destino di questa eredità. Nel frattempo sta per arrivare a sentenza un parallelo processo civile che deve valutare l'autenticità di quel testamento: solo a novembre prossimo arriverà la sentenza penale. gianlucarocca.ilmattino@gmail.com

RUBAVA DALLE AUTO DAVANTI AL CIMITERO DI AVELLINO: «TRE ANNI PER L'ARSENIO LUPIN IRPINO» (da Il Mattino di oggi, 6 giugno 2014) - «Chiedo la condanna a tre anni di reclusione per l'Arsenio Lupin irpino»: con queste parole ieri mattina il piemme Annecchini della procura di Avellino ha chiuso la requisitoria contro S.D.L., pregiudicato avellinese tornato ora alla sbarra per furto pluriaggravato. E' accusato di aver rotto il finestrino di una Fiat Panda parcheggiata nei pressi del cimitero di Avellino e di aver trafugato le tre borse che si trovavano nell'abitacolo. Un bottino che gli fruttò circa mille euro. Il piemme Annecchini ha definito il pregiudicato un Arsenio Lupin irpino "perché gli piace rubare alla luce del sole e a volto scoperto". «E ama anche colpire sempre nello stesso posto - ha aggiunto nella sua requisitoria davanti al giudice Paolo Cassano - e cioè davanti al cimitero. Le sue colpe sono evidenti - ha concluso prima di chiedere la condanna - visto che la polizia lo sorprese poco dopo il colpo nella sua abitazione, con due borse nelle quali c'era la refurtiva (poi riconsegnata alle vittime)». Ed è stato proprio un poliziotto, il sovrintendente Raffaele Masotta della squadra Mobile di Avellino, a raccontare ieri in aula l'indagine lampo che portò all'arresto: «Era il 15 dicembre 2011 e ricevemmo la segnalazione di un furto commesso nei pressi del cimitero. Intervenimmo insieme ai colleghi delle volanti. Mentre gli altri si recavano sul posto a raccogliere le testimonianze delle tre persone offese, noi avviammo subito un'attività di indagine mirata, che si indirizzò, per le modalità del colpo, nell'ambiente dei tossicodipendenti. Individuammo immediatamente due probabili sospetti e ci recammo presso l'abitazione di S.D.L. Sotto casa notammo la presenza del secondo sospetto: addosso non aveva nulla, e mentre i colleghi lo trattenevano per accertamenti, noi salimmo nell'abitazione. Ci aprì la moglie di S.D.L., lui non c'era, ma pochi minuti dopo rientrò a casa con in mano due borsoni; rimase non poco sorpreso di trovarci lì. Ormai non poteva più negare l'evidenza. Dentro le borse c'erano i documenti delle tre vittime ma non i soldi. Da un armadietto tirò poi fuori 145 euro, dicendo che gli erano rimasti solo quelli». Nella sua requisitoria finale il piemme Annecchini ha voluto chiedere solo il minimo della pena, evitando anche di infierire con l'aggravante della recidiva. Rimane il furto, aggravato dal fatto di averlo commesso rompendo il finestrino di un'auto parcheggiata lungo la strada pubblica. La sentenza sarà depositata questa mattina dal giudice Paolo Cassano. gianlucarocca.ilmattino@gmail.com

CAMORRA IRPINA - PROCESSO SLOT: PERIZIA PSICHIATRICA PER LA SORELLA DEL PENTITO VIESTO. (da Il Mattino del 7 giugno 2014) - L'inchiesta "Slot" contro gli affari economici della camorra irpina rischia di perdere un altro importante tassello: ci sono dubbi sulla veridicità delle dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giovanna Viesto. Lo stesso piemme della Dda di Napoli Liana Esposito ha chiesto ieri mattina una perizia psichica. La donna, sorella dell'altro pentito del clan Partenio Luigi Viesto, aveva già rilasciato, a partire dal 2005, dichiarazioni compromettenti contro Armando Della Pia, principale accusato di questo imponente procedimento giudiziario che partì con grande clamore nel giugno del 2011. Vennero arrestate dai carabinieri del comando provinciale di Avellino 58 persone, tra affiliati del clan Partenio e del clan Cava, fiancheggiatori, imprenditori avellinesi collusi e addirittura finirono inizialmente nel mirino dei magistrati anche 4 sottufficiali della guardia di finanza irpina. Le indagini furono condotte dall'attuale capo della procura avellinese, Rosario Cantelmo, all'epoca procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia di Napoli, e portarono alla luce gli interessi economici dei due clan sul territorio avellinese e nell'Hinterland. Il principale imputato, Della Pia, comparso ieri in aula insieme a due coimputati (Arduino Siniscalchi e Maurizio Bagno), avrebbe imposto a baristi e commercianti avellinesi l'uso di particolari marche di caffè e di slot machine. Il tutto con minacce e usando il "potere persuasivo" dell'appartenenza al clan. Un'inchiesta imponente (racchiusa in un fascicolo di circa 600 pagine), che portò l'allora procuratore aggiunto della Dda Cantelmo ad affermare: «E' un'operazione importante, che colpisce l'imprenditoria collusa con la camorra. C'è una preoccupante presenza economica della criminalità in questa provincia. Siamo riusciti ad intervenire e ora vedremo cosa accadrà». Ed è accaduto che l'intera inchiesta si è mano a mano sgretolata: la stragrande maggioranza degli indagati è stata prosciolta e per molti di loro è stato lo stesso pubblico ministero a chiedere l'archiviazione. La piemme Esposito ieri mattina è arrivata da Napoli con la corposa scorta garantita a tutti i magistrati antimafia; si è presentata davanti ai giudici del tribunale di Avellino (collegio presieduto dal giudice Eva Troiano, giudici a latere Pierpaolo Calabrese e Mauro Tringali) ed ha avanzato la richiesta della perizia psichiatrica. Nessuna opposizione da parte degli avvocati della difesa: Gaetano Aufiero per Della Pia e Massimo Preziosi per Arduino Siniscalchi; mentre l'avvocato del terzo imputato, Alberico Villani per Maurizio Bagno, ha chiesto di periziare la testimone Viesto solo in merito alla sua attuale capacità di rilasciare dichiarazioni, e non per quanto già dichiarato all'epoca delle indagini preliminari nel 2005. La Viesto accusava in particolare Armando Della Pia riconoscendogli un ruolo di primo piano nella gestione degli affari economici dei clan ad Avellino. Secondo lo stesso fratello di Giovanna Viesto, Luigi, la donna avrebbe però mostrato negli ultimi anni evidenti disturbi psichici: "a volte sembra che non mi riconosca più". La nomina ufficiale del perito medico verrà formalizzata nel corso della prossima udienza, fissata dal giudice Troiano per l'11 luglio prossimo. gianlucarocca.ilmattino@gmail.com

SPACCIO DI DROGA AL CIRCOLO: CONDANNATI PROPRIETARIA E DIPENDENTE (da Il Mattino dell'11 giugno 2014) Il piemme Cecilia De Angelis ci è andata giù dura: «Il circolo Brasil di Avellino era diventato una vera e propria centrale di spaccio di cocaina. Chiedo per entrambi gli imputati la condanna a quattro anni di reclusione e al pagamento di una multa di 30mila euro». E le condanne sono arrivate: tre anni e sei mesi di reclusione per Katia Quaresima e Balfio D'Urso, e una multa di 12mila euro. Si è concluso così ieri mattina davanti al giudice Fiore, nell'aula gup del tribunale di Avellino, il procedimento a carico dei due quarantenni che all'epoca dei fatti (febbraio-marzo 2013) erano rispettivamente proprietaria e dipendente del circolo ricreativo Brasil. Sono accusati di almeno otto episodi di spaccio di cocaina, documentati dalle indagini dei carabinieri del comando provinciale. Nell'arringa finale gli avvocati Ennio Napolillo e Nello Pizza si erano rimessi alla clemenza della corte: «I nostri assistiti hanno fatto una cavolata. Hanno confessato tutto, anche più di quello che avrebbero dovuto. Si sono comportati come un Fantozzi che si improvvisa spacciatore. Ci rimettiamo alla clemenza della corte e chiediamo il minimo della pena, per favorire così il loro recupero e reinserimento sociale». Il giudice Fiore ha invece deliberato una condanna di poco inferiore alle richieste della piemme, ignorando quindi gran parte delle circostanze attenuanti evidenziate dagli avvocati e soprattutto la richiesta di applicazione del cosiddetto "comma quinto" (un'attenuante molto favorevole all'imputato che avrebbe ridotto drasticamente l'entità della condanna): l'avvocato Pizza, in particolare, aveva fatto notare come la Quaresima fosse incensurata, «con l'unica colpa di essere, per sua stessa ammissione, una consumatrice di cocaina: proprio per questo suo vizio aveva venduto qualche dose a qualche conoscente, ma solo per potersi più facilmente approvvigionare lei stessa della sostanza stupefacente». Discorso simile per il coimputato, almeno per quanto riguarda l'attitudine criminale: l'avvocato Napolillo aveva sottolineato come gli episodi di spaccio fossero di lieve entità, poche dosi per qualche centinaia di euro, e come questa attività di spaccio fosse stata un ripiego (non giustificabile) causato dall'improvvisa perdita del lavoro precedente (D'Urso gestiva una macelleria), per poter così continuare a provvedere a moglie e figli. Tesi più o meno discutibili, fatto sta che il giudice Fiore è partito dalla pena minima prevista per il reato di spaccio (sei anni) ed ha applicato le attenuanti generiche, scendendo così a 3 anni e sei mesi. E pensare che tutto era iniziato nel febbraio 2013 per una (banale) lite in famiglia: una questione di eredità che aveva visto la proprietaria del circolo Brasil e la madre denunciare per ingiurie un cognato. Questo cognato si era poi recato qualche tempo dopo dai carabinieri con una bustina di cocaina, dicendo di averla trovata tra gli oggetti personali della donna. Da qui era partita l'attività di indagine dei carabinieri di Avellino, con perquisizioni dentro e fuori dal circolo ricreativo. Furono controllati diversi consumatori e alla fine si arrivò al fermo della proprietaria e del dipendente: entrambi ammisero immediatamente le proprie responsabilità in merito a quel piccolo giro di spaccio. Ieri mattina nell'aula gup del tribunale di Avellino era presente anche la signora Quaresima: tra le lacrime ha assistito alle ultime fasi del procedimento penale a suo carico. Il giudice Fiore si è riservato il deposito delle motivazioni entro 90 giorni, dopodiché entrambi i condannati potranno presentare ricorso in Appello.

LA GIUDICE SI SFOGA DURANTE IL PROCESSO AL CLAN CAVA: TROPPI PROCEDIMENTI PENDENTI, SI RISCHIA LA PRESCRIZIONE - (da Il Mattino del 12 giugno 2104) Troppi processi pendenti, troppi rinvii, troppe interruzioni: sfogo pubblico del giudice Eva Troiano, ieri mattina nell'aula della corte d'assise del tribunale di Avellino, durante un'udienza del processo sugli affari del clan Cava a Pago Vallo Lauro. Mentre in videoconferenza, dal carcere di Novara dove è detenuto in regime di 41 bis, c'era in collegamento il boss Biagio Cava (principale accusato di questo imponente processo che conta oltre 30 imputati, tra affiliati e amministratori comunali in carica al comune di Pago tra il 2004 e il 2007), il giudice Troiano (presidente del collegio, giudici a latere Landolfi e Centola) ha perso la pazienza a causa dell'ennesimo intoppo procedurale: «Questo processo è moribondo - ha sbottato -. E dico di più: almeno il 40 per cento dei processi che sto seguendo è moribondo; processi collegiali che si stanno celebrando ormai da dieci anni. Allo stato attuale - ha spiegato con rabbia e disappunto il giudice Troiano, in un'aula improvvisamente raggelata - ho 160 processi collegiali pendenti; e con 160 processi diventa sempre più difficile garantirli entro i tempi della prescrizione. Se mi fate rinviare anche questo processo non so a quale data andremo a finire…». E infatti uno dei difensori di Biagio Cava, l'avvocato Raffaele Bizzarro, aveva già avanzato richiesta di proscioglimento da uno dei capi d'accusa per avvenuta prescrizione. Il giudice Troiano non ha potuto fare altro che accogliere la richiesta, fatta salva l'opposizione del piemme presente in aula, Elia Taddeo, che si è riservato la possibilità di verificare meglio l'effettivo superamento dei tempi limite, al netto di eventuali recidive o sospensioni. La giudice Troiano è esasperata per i tempi biblici che rallentano il tribunale avellinese. Già all'inizio dell'udienza si era dovuta scontrare con la reiterata assenza di un testimone, uno dei poliziotti autori dell'indagine: un testimone della pubblica accusa che ha giustificato l'assenza "per una concomitante riunione sindacale". «Una riunione sindacale? E questa sarebbe una giustificazione? - ha tuonato la giudice Troiano - Ma stiamo scherzando? E' la seconda volta che il teste presenta la stessa giustificazione. Quando la giustizia manda a chiamare si devono presentare. Giustificazione respinta. E per il teste ammenda di 200 euro. Se anche alla prossima udienza non sarà presente disporremo l'accompagnamento coatto e un'ulteriore ammenda di 500 euro». E non è stato l'ultimo intoppo: al momento di far uscire i testi dall'aula in attesa della chiamata a deporre, la giudice li ha invitati ad accomodarsi nella stanza apposita, senonché si è dovuta subito correggere: «Ma qui non c'è una stanza dei testimoni, vero? Siamo in un'aula di corte d'assise e non c'è una saletta riservata ai testi. Bene. Si accomodino allora in corridoio…». Insomma, non era giornata. E lo si è capito anche dalle schermaglie con gli avvocati del capoclan Biagio Cava: per tre volte il boss ha chiesto di poter parlare, via telefono, con i propri legali, e alla fine la giudice ha redarguito i difensori: «Ma chiama ogni 10 minuti? E comunque lei, avvocato, deve chiedere il permesso a me prima di rispondere al telefono, ha capito? Ora risponda, ma dica a Cava che non chiamasse più, potrete sentirvi dopo, alla fine dell'udienza». Schermaglie quasi normali tra le parti processuali, ma che ieri mattina hanno contribuito a scaldare la già precaria situazione. «Ma ora basta - ha sbottato nuovamente la giudice Troiano -, lo devono sapere tutti. Anzi, a questo proposito preparerò una dettagliata relazione…». Il gelo in aula aumenta, e nemmeno il piemme Elia Taddeo si sottrae alle rimostranze, tant'è che coglie l'occasione per aggiungere un'altra questione: «Inviterei la giudice a chiedere che ogni singolo fascicolo venga assegnato ad un singolo pubblico ministero». Perché spesso si verifica che il piemme titolare di un'inchiesta venga chiamato ad altri incarichi e il giorno dell'udienza venga sostituito in aula da un collega che si deve ristudiare gli atti da zero. I momenti di maggiore tensione si sono poi registrati con la testimonianza del sovrintendente di polizia Vicale che, nonostante l'autorizzazione a consultare i verbali delle indagini, ha avuto molte difficoltà a rispondere alle domande del piemme Taddeo. Vicale ha tentato di spiegare che era ormai andato in pensione e che quindi non aveva avuto modo di rileggersi gli atti, per questo non ricordava date e nomi precisi: «E poi questi verbali - ha detto - sono stati redatti dal mio collega, il sostituto commissario Bianco che oggi non è potuto venire a causa di quella riunione sindacale». Il processo sta tentando di dimostrare che affiliati del clan Cava, amministratori comunali e loro parenti diretti, avevano acquistato terreni agricoli che di lì a poco, con l'adozione del nuovo piano urbanistico comunale, sono poi diventati edificabili, con una rilevante e illecita speculazione economica. Ma lo scartabellare infinito, e senza risposte, del sovrintendente in pensione ha portato inevitabilmente al rinvio dell'udienza: «Allora che facciamo con questo teste? Signor piemme, lo facciamo tornare la prossima volta?». «Va bene signor giudice - ha risposto Taddeo - lo ascolteremo nella prossima udienza, insieme all'altro teste, Bianco, che mi ha assicurato che la prossima volta non avrà altre riunioni sindacali o impedimenti di sorta. Vi chiedo solo di fissare la prossima udienza a breve…». «E certo, come no - ha risposto tra il sarcastico e il rassegnato il giudice Troiano -... vediamo il calendario delle udienze... ecco: la prossima data utile è il... 5 novembre 2014».

BANCAROTTA CONCERIA DI SOLOFRA, AMMINISTRATORE A PROCESSO PER AVER INTASCATO 104MILA EURO (da Il Mattino del 14 giugno 2014) - Processo per bancarotta a carico dell'amministratore unico di una conceria di Solofra: è accusato di essersi intascato 104mila euro nonostante l'azienda fosse già in crisi, tant'è che di lì ad un anno ne fu poi dichiarato il fallimento con oltre 800mila euro di debiti. L'accusa è pesante, anche perché si tratterebbe, se fosse dimostrata, di distrazione di fondi (tecnicamente "bancarotta patrimoniale") e le pene previste vanno dai 5 ai 10 anni di reclusione. La difesa, rappresentata dagli avvocati Italo Benigni e Anna Caserta, punta a dimostrare che quei soldi sono stati presi dall'imputato come lecito compenso di dieci anni di attività. Ieri mattina in aula ha deposto il curatore fallimentare Vincenzo Buonomo, consulente del pubblico ministero Adriano Del Bene, che ha ricostruito la situazione economica della conceria (di proprietà di una Srl). Ai giudici della prima sezione penale (presidente Eva Troiano, giudici a latere Pierpaolo Calabrese e Mauro Tringali, quest'ultimo temporaneamente sostituito dal got Irene Barra per un improvviso lutto familiare) il consulente ha confermato la situazione debitoria della società (nata nel 2000 e dichiarata fallita nel 2010), quantificandola in oltre 850mila euro (per la difesa l'ammontare effettivo dei debiti è invece di circa 370mila euro). Il dottore Buonomo ha poi sottolineato che nelle casse dell'azienda erano rimasti pochi spiccioli, meno di 10mila euro, e che nonostante questo l'amministratore si era versato 104mila euro "a titolo di compenso". Soldi "distratti" dal fallimento e di cui il curatore ha chiesto la restituzione direttamente all'imputato, senza però mai ricevere risposta. L'avvocato Caserta, nel controesame del consulente Buonomo, ha fatto notare che quei 104mila euro erano stati l'unico compenso percepito in 10 anni, non ne risultano altri: facendo un rapido calcolo l'amministratore si sarebbe quindi corrisposto in un'unica soluzione una stipendio di circa 800 euro al mese, inferiore alla media di quanto percepisce un operaio della concia solofrana. Per quanto riguarda la reale situazione debitoria della Srl, la difesa ha chiesto di tener conto anche di 400mila euro di crediti che la società ancora vanta nei confronti di propri clienti, e che bisogna quindi ricalcolare la reale entità del fallimento. Il paradosso starebbe tutto in questo confronto tra dare e avere: la crisi avrebbe costretto la conceria a fallire per una cifra debitoria inferiore ai crediti che non è riuscita a incassare.

PROCESSO AI PAGNOZZI, IL TESTIMONE RITRATTA LE ACCUSE CONTRO O' GIAGUARO - (da Il Mattino di giovedì 19 giugno 2014) - Momenti di tensione ieri mattina in tribunale durante il processo per usura ed estorsione a carico dei fratelli Gennaro e Paolo Pagnozzi: il testimone chiamato a deporre in aula contro questi due esponenti di spicco dell'omonimo clan camorristico della Valle Caudina, ha ritrattato le accuse che inchiodavano il boss Gennaro (detto O’Giaguaro). In una sua prima testimonianza verbalizzata dai carabinieri di San Martino Valle Caudina il 30 dicembre 2010, disse di aver assistito ad un diverbio tra il boss e sua nipote, Stella Pagnozzi, titolare di un bar: una lite verbale durante la quale O’ Giaguaro le avrebbe chiesto dei soldi, lei avrebbe risposto di non averli e lui, come gesto di stizza avrebbe gettato a terra una ciotola con le bustine di zucchero che si trovava sul bancone. A distanza di tre anni e mezzo la versione del testimone (un imbianchino che aveva eseguito dei lavori in casa di Gennaro Pagnozzi e con il quale il boss si era poi recato al bar per un caffè) è cambiata: l’imbianchino non ricorda più le parole che avrebbe detto il boss durante il battibecco, ma solo le parole di lei che li invitava ad uscire dal bar, e ricorda quella ciotola di bustine di zucchero che cade per terra: «Ma non ricordo se la ciotola è caduta da sola, o se è caduta perché il signor Gennaro Pagnozzi si era appoggiato distrattamente sul bancone, o se l’abbia spinta lui di proposito». Insomma, un racconto molto diverso da quello fatto ai carabinieri la sera stessa della lite, e diverso, in parte, anche da un secondo verbale firmato ad un anno di distanza, nel 2011, sempre davanti ai carabinieri di San Martino, nel quale ricordava la ciotola spinta a terra intenzionalmente da Pagnozzi, ma non ricordava le parole “quando mi dai i soldi?” rivolte alla nipote. Discrepanze che hanno spinto il piemme Soviero, pubblico ministero della Dda di Napoli, a chiedere un confronto in aula tra il comandante dei carabinieri di San Martino (il maresciallo Sirico) e l’imbianchino; richiesta respinta dal giudice Troiano che ha invece accolto le opposizioni della difesa (presenti in aula gli avvocati Dario Vannetiello per O’ Giaguaro e l’avvocato Fabio Laviano per Paolo Pagnozzi). La controversa testimonianza dell’imbianchino ha suscitato diversi interrogativi anche nella stessa giudice Troiano, che ha ammonito il teste più volte sui rischi che corre con un atteggiamento di reticenza. Ammonizioni che hanno però provocato la forte reazione dell’avvocato Vannetiello: «Di questo passo il teste arriverà a dire tutto quello che vuole lei signor giudice... La invito a smetterla con queste reiterate ammonizioni». Una breve schermaglia che si è conclusa nel giro di pochi secondi, al termine della quale la giudice si è infine rivolta al testimone per chiedere chiarimenti: «Ma perché non conferma le sue stesse dichiarazioni? Ha forse ricevuto qualche minaccia dai Pagnozzi? Ha paura di qualcuno?». Il testimone ha negato qualsiasi pressione o minaccia, ma ha continuato a non ricordare di aver sentito il boss chiedere soldi alla barista. Ieri mattina erano stati chiamati a deporre in aula anche la titolare del bar, Stella Pagnozzi, e il marito Renato Panella, ma non si sono presentati. Panella ha fatto pervenire al piemme Soviero un certificato medico, mentre la moglie non ha fornito alcuna giustificazione: per lei la giudice Troiano ha stabilito un’ammenda di 200 euro e l’accompagnamento coatto alla prossima udienza. Si tornerà in aula il 9 luglio: un intervallo di tempo tutto sommato molto breve considerata l’enorme mole di processi pendenti davanti ai giudici del collegio penale di Avellino; processi che si trascinano in alcuni casi anche da 20 anni e che stanno mettendo a dura prova l’intera organizzazione del tribunale di Avellino.

RINVIATO A GIUDIZIO L'EX SINDACO DI MONTEFORTE SERGIO NAPPI: SOSPETTE LE REVOCHE DEI TRE ASSESSORI - (da Il Mattino di oggi, venerdì 20 giugno) - Rinvio a giudizio per il consigliere regionale Sergio Nappi, per “attentato ai diritti politici dei cittadini”. Sarà il primo caso di questo genere che verrà discusso nelle aule del tribunale di Avellino. Il piemme Elia Taddeo ritiene Nappi responsabile anche di tentata concussione, reato che avrebbe commesso sempre nel 2010 quando era sindaco del Comune di Monteforte Irpino e sempre per lo stesso episodio: avrebbe minacciato tre suoi assessori per avere il loro appoggio nella campagna elettorale per le regionali, della serie “o mi fate votare o vi revoco”. Quei tre assessori, Paola Valentino, Antonio Aurigemma e Vincenzo Carullo, vennero poi effettivamente revocati (marzo 2010) e presentarono una dettagliata denuncia ai carabinieri. Le indagini vennero chiuse nel dicembre 2010 e ieri mattina hanno portato Nappi davanti al gup di Avellino, giudice Sicuranza. Il piemme Taddeo ha spiegato in aula che siamo di fronte ad un classico esempio di malcostume politico; ha detto che il sindaco Nappi non può giustificare quelle tre revoche come una semplice interruzione del rapporto di fiducia: perché il disaccordo politico non si verificò per questioni inerenti il paese da loro amministato, ma per la campagna elettorale delle regionali. «Questa non è buona amministrazione - ha insistito il pubblico ministero Taddeo -. Nappi ha usato i suoi poteri di sindaco non per un interesse pubblico, in questo caso l’interesse dei cittadini di Monteforte Irpino, ma per un interesse personale. Sfido chiunque a negare questa evidenza». Un interesse personale che secondo il piemme è stato portato a termine anche con una certa “leggerezza”, tanto che il motivo delle tre revoche, e cioé il dissenso sulla campagna elettorale per le regionali, risulta anche dal verbale di un consiglio comunale che si tenne il 6 maggio 2010. E non solo, Nappi rilasciò in quel periodo anche dichiarazioni ai giornali locali nelle quali diceva chiaramente che la fiducia ai tre assessori era venuta meno proprio a causa del mancato appoggio alla sua candidatura regionale. Fatto sta che Nappi venne poi eletto anche senza i voti di quei tre assessori, ma si “vendicò” comunque dei “traditori” allontanandoli dalla giunta. Per di più, e questa è un’aggravante su cui ha molto puntato la parte civile rappresentata dall’avvocato Gianfranco Iacobelli, tolse ad uno degli assessori anche la delega per la celebrazione dei matrimoni: chiaro esempio di accanimento. La difesa del consigliere regionale Nappi è affidata all’avvocato Annibale Schettino, che pure ha tentato ieri mattina di ottenere un “non doversi procedere”, puntando tutto su una domanda: «Ma quale sarebbe il danno causato a quei tre assessori? E se non c’è danno allora non c’è nemmeno motivo di esistenza della parte civile. Al massimo si potrebbe configurare il reato, molto più lieve, previsto nei casi di elettorato attivo, quando un elettore viene costretto a votare in una determinata maniera, ma non siamo certo di fronte a concussioni, abusi d’ufficio o addirittura attentati ai diritti politici dei cittadini». Ieri mattina lo stesso Sergio Nappi, ad inizio udienza, ha chiesto di poter rilasciare delle dichiarazioni spontanee, e nello spiegare i motivi che portarono alle tre revoche ha fatto notare che c’era stato un precedente patto politico tra le forze che avevano vinto le elezioni comunali, con il quale era stato già previsto che nel corso della legislatura ci sarebbe stata rotazione tra gli assessori. Affermazione poi contestata dal pubblico ministero: «Ma se c’era accordo politico di rotazione perché poi questi tre assessori hanno sporto denuncia? Quando mai si è visto un comportamento simile? Non fa parte delle consuetudini politiche. Ribadisco la mia richiesta di rinvio a giudizio per tentata concussione perché c’è stata una chiara “costrizione”, un chiaro aut-aut, tale da non lasciare scelte alle parti offese. In alternativa chiedo il rinvio a giudizio anche per i reati di abuso d’ufficio e di attentato ai diritti politici del cittadino, perché ha minacciato e poi ha eseguito la minaccia». Il giudice Sicuranza si è ritirato in camera di consiglio e infine ha accolto le richieste del piemme Taddeo e delle parti civili dei tre assessori, rappresentate dagli avvocati Gianfranco Iacobelli e Generoso Pagliarulo: il processo inizierà il prossimo 9 gennaio 2015.

NUOVA ASTENSIONE DEGLI AVVOCATI PER LA FINE DI LUGLIO - (da Il Mattino del 25 giugno 2014) - Mentre oggi è l’ultimo giorno di sciopero dei penalisti contro i ritardi del tribunale di sorveglianza, già si annuncia per la fine di luglio una nuova settimana di astensione. E’ stata proclamata ieri mattina dalla Camera Penale di Avellino (presidente l’avvocato Gaetano Aufiero), nel corso di un’assemblea alla quale ha partecipato anche una delegazione dei colleghi del foro di Benevento: gli avvocati si asterranno nuovamente dalle udienze dal 23 al 31 luglio prossimi, ma questa volta solo come forma di protesta per le problematiche attinenti al Giudice di Pace. Non è venuta meno la protesta principale, quella relativa al tribunale di sorveglianza, ma per il momento è congelata: i magistrati della sorveglianza irpini si sono detti favorevoli ad un incontro per discutere dei problemi sollevati dalla classe forense. Problemi che riconoscono entrambe le categorie professionali e che sono strettamente legati ad una carenza di organico di questi magistrati (ne sono presenti solamente tre ad Avellino, mentre un quarto è stato “precettato” presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere), e sono quindi di fatto impossibilitati a seguire tempestivamente tutte le istanze provenienti dal nutrito numero di detenuti presenti nelle carceri di Avellino, Lauro, Ariano Irpino e Sant’Angelo dei Lombardi. Tempi lunghi, a volte lunghissimi, per l’accoglimento e la valutazione delle richieste che di volta in volta vengono presentate per ottenere permessi e altri benefici previsti dalla legge. Lo stesso avvocato Aufiero ha fatto presente il caso di un suo assistito che per 2 anni e mezzo ha tentato, invano, di incontrare il magistrato della sorveglianza. L’incontro tra penalisti e magistrati della sorveglianza sarà fissato a stretto giro di posta, probabilmente già nel corso della prossima settimana. Lo sciopero di fine luglio è stato invece proclamato contro il secondo problema sollevato dalla camera penale, quello sorto davanti ai giudici di pace: “per le modalità di verbalizzazione e per la difficile comprensione da parte di avvocati e giudici di impugnazione di ciò che viene verbalizzato” e, per quanto riguarda il gratuito patrocinio a spese dello Stato, “per la richiesta da parte dei giudici di Pace di Avellino di documentazione estranea rispetto a quella prevista dalla legge”. In pratica gli avvocati lamentano una richiesta eccessiva di documentazione, sia per essere ammessi all’esercizio del gratuito patrocinio, che per documenti amministrativi per i quali sarebbe normalmente valida l’autocertificazione; documenti tra l’altro già in possesso della Pubblica Amministrazione e a cui quindi i giudici potrebbero accedere autonomamente. Un ostacolo burocratico che, è stato fatto notare ieri mattina nel corso dell’assemblea della camera penale, si sta “pericolosamente” allargando ora anche al tribunale ordinario, con i giudici che chiedono di allegare agli atti dei processi anche documenti che fino a ieri era possibile produrre con una semplice autocertificazione. Un appesantimento burocratico per il quale gli avvocati penalisti di Avellino sono pronti a dare battaglia.

MAZZETTA DA 50MILA EURO DAL FACCENDIERE DEI CASALESI: ASSOLTO L'ARCHITETTO MAINOLFI DI ROTONDI - (da Il Mattino del 26 giugno 2014) - Era accusato di corruzione e tentata turbativa d’asta in favore del clan dei Casalesi, ma è stato assolto con formula piena. E’ finita ieri mattina l’odissea dell’architetto Francesco Mainolfi di Rotondi, dipendente della Provincia di Avellino e all’epoca dei fatti funzionario dell’ufficio tecnico comunale del Comune di Battipaglia. Gli arresti della Dda di Salerno scattarono nel maggio del 2013 e coinvolsero 15 persone, tra cui anche il sindaco di Battipaglia Giovanni Santomauro, per aver agevolato imprenditori e faccendieri vicini al potente clan di Casal Di Principe. In particolare l’architetto irpino (difeso dagli avvocati Dario Vannetiello e Francesco Perone) avrebbe accettato una mazzetta di 50mila euro per pilotare un appalto. Accuse che la Dda ha formulato basandosi su diverse intercettazioni telefoniche e ambientali. Ieri mattina a Salerno si è celebrata un’infuocata udienza del processo con rito abbreviato (tutti gli altri 14 imputati sono stati rinviati e giudizio e saranno processati con rito ordinario): il pm della Dda Rocco Alfano ha chiesto, al termine di una requisitoria andata avanti per 2 ore, una condanna ad 1 anno di reclusione per la corruzione e l’assoluzione per la tentata concussione (secondo l’assunto che l’architetto avrebbe accettato i 50mila euro ma non sarebbe poi riuscito a pilotare l’appalto); la difesa invece, al termine di un’altrettanto lunga arringa, ha chiesto l’assoluzione per assoluta mancanza di indizi. Gli avvocati Vannetiello e Perone potevano contare anche sulla sentenza della corte di cassazione che nel gennaio scorso annullò già tutti i provvedimenti cautelari emessi nei confronti di Mainolfi, giudicando le prove a suo carico addirittura “prive di logicità”, “travisate”. L’architetto Mainolfi si riserva fin d’ora la possibilità di presentare una richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione.

MANOCALZATI, BOTTE AL COMIZIO DEL PD: CARMINE DE BLASIO E WANDA GRASSI TESTIMONI IN AULA - (da Il Mattino del 21 giugno 2014) - Botte al comizio del Pd, alla sbarra il segretario della sezione di Manocalzati, Giulio Urciuoli, e altre due persone: sono accusati di aver preso a pugni un compagno di partito, Pellegrino Polcaro. Ieri mattina in aula sono stati ascoltati due testimoni “eccellenti”: il segretario provinciale del Pd, Carmine De Blasio, all’epoca dei fatti (21 marzo 2010) presidente provinciale del partito, e Wanda Grassi, storica esponente del Pd irpino, all’epoca candidata al consiglio regionale. Fu proprio in occasione della tappa manocalzatese del tour elettorale per le regionali che si verificò il presunto “fattaccio”: secondo il piemme al termine del comizio della Grassi si avvicinò al palco il signor Polcaro per contestare alla candidata la scarsa capacità di coinvolgimento viste le poche persone presenti all’evento. Una contestazione che degenerò presto in grida e spintoni: nella confusione il signor Polcaro disse di aver ricevuto alcuni pugni in faccia. Denunciò in particolare Giulio Urciuoli, Sabino Di Benedetto e Raffaele Bilotto (ora difesi rispettivamente dagli avvocati Antonella Zotti, Gaetano Aufiero e Domenico Colella). Ieri Giulio Urciuoli ha deposto in aula davanti al giudice monocratico Sonia Matarazzo: ha negato qualsiasi coinvolgimento nella rissa, anzi ha detto di non aver visto nessuna aggressione ai danni di Polcaro; ha solo notato, da lontano, una certa confusione. Nulla di più. Dello stesso tenore le testimonianze di Carmine De Blasio e Wanda Grassi: alla fine del comizio non ci sarebbe stata nessuna lite, tanto che sono serenamente risaliti sul camper del tour e hanno proseguito in direzione Torre Le Nocelle. Prossima udienza del processo fissata al 19 novembre 2014.

SPERONE. ROMENO RAPINA ANZIANO, VIENE ARRESTATO DAI CARABINIERI, PATTEGGIA LA PENA E TORNA IN LIBERTA' - (da Il Mattino del 27 giugno 2014) - Condannato per direttissima il romeno che qualche giorno fa ha rapinato un anziano di Sperone: l’imputato, difeso d’ufficio dall’avvocato Patrizio Dello Russo, ha confessato tutto. Ha ammesso davanti al giudice monocratico Paolo Cassano, di essere l’autore di quell’aggressione avvenuta in pieno giorno nel piccolo paesino del Baianese. I fatti risalgono al 14 giugno scorso. A farne le spese un residente che stava rientrando a casa quando è stato avvicinato in strada da questo omone di 61 anni: con fare minaccioso e con un accento straniero gli ha intimato di consegnare i soldi. Inutile la resistenza. Di fronte all’opposizione il romeno ha reagito con violenza: calci e pugni che hanno tramortito la vittima e hanno permesso all’energumeno di impossessarsi dei pochi oggetti di valore che aveva indosso, un telefono cellulare, un paio di occhiali e il portafoglio con all’interno solo 20 euro. Un magro bottino che però è costato caro all’aggressore. La sua fuga è durata pochissimo. La vittima ha subito avvisato i carabinieri della compagnia di Baiano che nel giro di qualche minuto sono arrivati sul posto: i militari hanno raccolto la testimonianza dell’aggredito, hanno ricostruito un veloce identikit del criminale e si sono messi sulle sue tracce. Lo hanno trovato poco dopo alla stazione della Circumvesuviana di Sperone: voleva prendere il treno per Napoli e così avrebbe facilmente fatto perdere le proprie tracce. Ma i carabinieri sono stati più veloci: lo hanno fermato e addosso gli hanno trovato la refurtiva (aveva fatto in tempo soltanto a sbarazzarsi della scheda telefonica). Per il romeno sono scattate le manette ed è stato portato in caserma: qui, grazie ai dati incrociati con la centrale operativa, sono emersi precedenti specifici a suo carico, era stato fermato per lo stesso reato a Roma. Viste le prove schiaccianti è stato trattenuto in custodia, in attesa dell’udienza con rito direttissimo che si è celebrata ieri mattina al tribunale di Avellino. Il rumeno, accompagnato in aula in manette dagli agenti della polizia penitenziaria, ha patteggiato, tramite l’avvocato Dello Russo, una condanna a un anno e otto mesi di reclusione (pena sospesa) e ad una multa di 800 euro. La formula “pena sospesa”, prevista fin quando non si superano i 2 anni di condanna, vuol dire che il rapinatore è stato immediatamente scarcerato ed è tornato in libertà.

PROCESSO MOSCATI, IN AULA DUE TESTIMONI DELLA DIFESA: «FINO AL 2009 ANCHE PER UNA SEMPLICE RISONANZA ERA OBBLIGATORIO IL RICOVERO» - (da Il Mattino di oggi, sabato 28 giugno 2014) - Domanda del pubblico ministero: «E’ vero che all’ospedale Moscati per fare una semplice risonanza magnetica c’era l’obbligo del ricovero? Non era sufficiente un’attività di tipo ambulatoriale?» Risposta del teste: «Sì, è vero. Ma almeno fino al 2009 è stata questa la prassi». Sta tutto qui, in queste due frasi, il riassunto della lunga udienza che si è tenuta ieri mattina al tribunale di Avellino nell’ambito del processo a carico del professore Francesco Caracciolo (primario di chirurgia del Moscati) e del dottore Carlo Iannace (capo della Breast Unit), principali imputati della clamorosa inchiesta Welfare portata a termine nel giugno 2011 dalla Finanza. In 19 tra medici, infermieri e dirigenti del Moscati sono stati rinviati a giudizio per presunti illeciti commessi nella gestione degli interventi di chirurgia plastica: secondo il teorema accusatorio falsificavano le cartelle cliniche facendo passare interventi di chirurgia estetica per delicati interventi oncologici, ottenendo così illeciti rimborsi dal servizio sanitario nazionale. Ieri mattina il piemme Patscot ha “torchiato” per quasi due ore di fila i due consulenti della difesa chiamati a deporre davanti al tribunale collegiale (presidente Rescigno, giudici a latere Matarazzo e Cassano): i dottori Vito Contreas, docente di chirurgia ricostruttiva ed estetica della mammella presso la Seconda Università di Roma e il dottore Umberto Ferbo, direttore dell’unità operativa di anatomia patologica del Moscati di Avellino. Le domande di Patscot si sono concentrate sulle procedure seguite nel reparto di Chirurgia Generale II e sul perché venisse richiesto il ricovero anche per un semplice esame strumentale come quello della risonanza magnetica: «Oggi - ha risposto il dottore Febo - sarebbe normale risolvere queste situazioni a livello ambulatoriale. Ma questo al Moscati si è potuto fare solo a partire dal 2009, quando venne espressamente autorizzato da una delibera ufficiale della direzione aziendale. Da quel giorno la risonanza è stata aperta anche ai non-ricoverati, anche se limitatamente alle patologie mammarie». Fu proprio la Regione Campania, nel 2009, a diramare nuove disposizioni per ridurre le ospedalizzazioni: «Era un problema diffuso - ha spiegato il dottore Ferbo -. Basti pensare che nel 2005 ci sono stati circa 200mila casi di ricoveri “impropri” negli ospedali della Campania; 9mila in provincia di Avellino. E un dato più recente, relativo al 2012, è ancora più inquietante: 11.578 casi di ricoveri impropri nella sola Asl di Avellino». Per questa ragione sono stati introdotti prima il Day Hospital e ora il Day Service. Al dottore Contreas il pubblico ministero ha invece chiesto di spiegare la differenza tra interventi di chirurgia plastica e di chirurgia estetica: «Un confine spesso frainteso - ha detto il consulente - e che va ricondotto alle reali necessità per le quali si ricorre all’intervento. La differenza sta nel motivo che porta da noi le pazienti: può essere un motivo voluttuario oppure una esigenza ricostruttiva, a seguito di una malattia. Ma in entrambi i casi si tratta comunque di chirurgia estetica». Dopo Contreas e Ferbo rimangono ancora altri 20 testimoni della difesa da ascoltare. Il giudice Rescigno ha fissato la prossima udienza per il 26 settembre e quella successiva per il 24 ottobre 2014. E’ ragionevole pensare che solo verso la fine dell’anno si potrà arrivare alle discussioni finali e alla sentenza.

CLAN PARTENIO, IN AULA I VIDEO REGISTRATI DAI CARABINIERI NELLA VILLETTA DI GERARDO NUZZO A CONTADA CESINE - (da Il Mattino del 5 luglio 2014) - Boss e affiliati del clan Genovese e del clan Cava si incontravano nella villetta di Gerardo Nuzzo (a contrada Cesine, Avellino) per pianificare il traffico di cocaina. Le immagini di quei summit sono state catturate nei video girati dai carabinieri all’epoca delle indagini. Lo ha confermato ieri mattina in aula il maresciallo Maturo del comando provinciale: è stato chiamato a testimoniare dal piemme della Dda di Napoli Soviero ed ha deposto davanti ai giudici del collegio della prima sezione penale (presidente Eva Troiano, giudici a latere Pierpaolo Calabrese e Gennaro Lezzi). Il maresciallo coordinò le indagini che alla fine del 1999 portarono all’installazione, nella casa di Nuzzo, di microspie e telecamere. Erano gli anni degli attentati e delle estorsioni contro commercianti e imprenditori dell’Hinterland avellinese (del Serinese in particolare); gli anni in cui il clan Partenio stava sparando gli ultimi colpi prima degli arresti che ne decapitarono i vertici; anni durante i quali si consumarono decine di estorsioni, attentati e omicidi. Reati per i quali sono già finiti in carcere i boss Modestino e Amedeo Genovese e decine di loro affiliati. Quello di ieri mattina è un processo parallelo, a carico di Gerardo Nuzzo e altri tre presunti affiliati: Ciro Viespolo, Mario Solimine e Marino Castelluccio. I carabinieri la ribattezzarono “indagine riscossa” e servì a stroncare la volontà dei 4 imputati di riorganizzare in maniera strutturata e capillare lo spaccio di droga in zona, con l’avallo del clan Partenio, egemone ad Avellino e nell’Hinterland, e dell’alleato clan Cava del Vallo Lauro. Seguendo gli spostamenti dei boss gli investigatori arrivarono alla casa di Nuzzo, strategicamente isolata e nascosta tra gli alberi di contrada Cesine, e la misero sotto sorveglianza: l’esito di 5 mesi di indagini (da ottobre 1999 a febbraio 2000) è riassunto in una trentina tra videocassette (le vecchie VHS) e nastri audio magnetici (le vecchie musicassette). Nei video (che su richiesta dell’avvocato Danilo Iacobacci, legale di Castelluccio, potrebbero essere proiettati in aula già nel corso della prossima udienza) si vedono arrivare a casa di Nuzzo boss e affiliati: da Modestino ad Amedeo Genovese, dal coimputato Solimine al pentito Raffaele Spiniello, fino a Giulio Maffettone, esponente di spicco del clan Cava. Si vedono scambi di denaro e di droga. Si vedono alcuni dei protagonisti arrotolare banconote e sniffare loro stessi la “merce”, sia per provarla che per divertimento personale. Questo il resoconto del maresciallo Maturo, che nella prossima udienza sarà suffragato dal deposito delle trascrizioni di tutte quelle intercettazioni telefoniche e ambientali, audio e video: l’incarico peritale è stato affidato al dottore D’Angelo che ha 60 giorni di tempo per mettere nero su bianco i dialoghi tra gli imputati, e che potrà avvalersi dell’aiuto di un ulteriore tecnico per trasportare in digitale tutte quelle intercettazioni rimaste su pellicola. Il principale imputato, Nuzzo, è difeso dall’avvocato Carmine Danna; Solimine dall’avvocato Gerardo Perillo e Viespolo dagli avvocati Annibale Schettino e Antonio Iannaccone.

ABUSI SU MINORE, UDIENZA PROTETTA IN AULA PER IL 14ENNE - (da Il Mattino del 4 luglio 2014)

CLONAVANO CARTE DI CREDITO E BANCOMAT, ARRESTATI DUE BULGARI - (da Il Mattino del 5 luglio 2014)

COMPAGNIA ASSICURATIVA CONDANNATA A RISARCIRE 200MILA EURO - (da Il Mattino del 29 giugno 2014) - Investire 200mila euro, i risparmi di una vita, e vederli sfumare nel nulla: è l’odissea, a lieto fine, nella quale è incappato un risparmiatore del Baianese. L’investimento sembrava sicuro perché nel contratto c’era scritto a chiare lettere che sarebbe stato comunque restituito l’intero capitale iniziale versato. E così si era deciso ad investire tutti quei soldi versandoli nelle casse di una Spa di Roma. Si trattava di una polizza assicurativa che prometteva guadagni extra grazie ad oculati investimenti in borsa. Ma alla fine ha rischiato di perdere tutto: dalla società gli hanno infatti comunicato che i titoli nei quali era stato investito il suo capitale erano crollati, quindi non potevano restituirgli più niente, né i favoleggiati interessi né il capitale investito. Dopo un primo momento di delusione è sopraggiunta la rabbia per quell’impegno contrattuale non mantenuto e ha così dato mandato ai propri avvocati (Annibale Schettino e Antonio Iannaccone) di presentare una richiesta di risarcimento. Ora il giudice di Avellino Maria Cristina Rizzi gli ha dato pienamente ragione: l’agenzia assicurativa di Roma è stata condannata a risarcire l’intera somma. «Si ingiunge di pagare al ricorrente - si legge nel dispositivo - la somma di euro 210mila, oltre agli interessi computati al tasso di legge dal 18 novembre 2012 al saldo e le spese del procedimento liquidate in complessivi 1.750 euro». Il giudice esaminando il contratto ha riconosciuto l’esistenza di passaggi quantomeno “ambigui”, che potevano aver tratto in inganno l’investitore: «Il testo contrattuale della polizza - dice il giudice - appare in effetti dubbio sotto il profilo dell’assunzione della garanzia quantomeno del capitale iniziale versato dall’assicurato e poi investito dalla Spa». Questo tipo di polizza non svolge solo una funzione assicurativa e previdenziale, ma è caratterizzata da un forte profilo di investimento. Operazioni che nel contratto vengono spiegate con concetti opposti e incoerenti: prima si legge che “il prodotto prevede, oltre alla restituzione del capitale investito, anche delle cedole”, e poi invece che “non sussiste alcuna garanzia di capitale” e poi di nuovo ancora che “non sussiste il rischio di perdita a scadenza di alcuna parte del premio versato”. Da una parte c’è scritto “alla scadenza contrattuale sarà restituito tutto il capitale investito” e poi che “il contraente si assume il rischio connesso all’andamento dei titoli”. «E’ evidente - scrive il giudice Rizzi - non tanto la scarsa chiarezza delle clausole, ma soprattutto la loro apparente contraddizione». E in questi casi l’interpretazione va decisa in favore dell’investitore.

DOPO L'ARRESTO DEI DUE BULGARI LA POLIZIA SVELA IL TRUCCO DEI BANCOMAT CLONATI: ATTENTI AGLI ATM DI VECCHIA GENERAZIONE - (da Il Mattino di oggi, 6 luglio 2014) - Svelato il trucco dei bancomat clonati. Ieri mattina nel corso di una conferenza stampa organizzata in questura è stato spiegato il metodo usato dai due bulgari arrestati l’altra mattina davanti al bancomat delle Poste di piazzale De Marsico, alle spalle del tribunale di Avellino: avevano inserito nell’atm una bocchetta verde in tutto e per tutto uguale a quella originale e quando il cliente inseriva il proprio bancoposta per effettuare un prelievo si vedeva comparire a video la scritta “operazione annullata”; ai due malviventi non bastava fare altro che tornare al bancomat, inserire una propria scheda modificata e prelevare i soldi che il cliente precedente non era riuscito ad ottenere. Nell’arco della sola mattinata di venerdì i bulgari erano riusciti a mettersi in tasca 1600 euro. E il bancomat di piazzale De Marsico non era stato l’unico ad essere modificato: i truffatori avevano piazzato il proprio skimmer anche nell’atm delle poste di piazza Castello, di fronte al teatro Gesualdo. La veloce ed efficace operazione di polizia è stata possibile grazie alla segnalazione di un cittadino che aveva notato il comportamento sospetto dei due stranieri: li aveva visti andare avanti e indietro tra il bancomat del tribunale e la cartolibreria che si trova di fronte; in particolare l’aveva colpito il più grosso dei due, che si guardava attorno con fare sospetto, mentre l’altro armeggiava a più riprese con i prelievi. Ha così chiamato il 113 e in pochi minuti sono arrivati sul posto gli uomini delle volanti e della mobile: i due sono stati fermati e condotti in questura per l’identificazione. Addosso gli sono stati trovati soldi in contanti e un paio di skimmer verdi. Sequestrati anche due smartphone, nei quali gli agenti hanno trovato appuntati diversi indirizzi di uffici postali, di Avellino e di fuori provincia. Sono scattate le perquisizioni nella casa dei malviventi (residenti a Trentola Ducenta, in provincia di Caserta): qui sono stati sequestrati altri skimmer, un computer portatile e alcune chiavette usb. Sono stati contattati i direttori delle filiali delle poste coinvolte nella truffa, e dagli uffici di piazzale De Marsico e piazza Castello sono in effetti arrivate le conferme di diverse operazioni sospette eseguite ai bancomat, operazioni annullate e poi riscosse. Dalle telecamere della videosorveglianza installate in città, gli inquirenti hanno appurato la presenza dei due malviventi già dalle 5 del mattino di venerdì. Gli arrestati, un 27enne e un 31enne, si trovano ora nel carcere di Bellizzi. Il piemme che ha coordinato l’indagine insieme alla polizia è il sostituto Del Mauro. Ad illustrare l’operazione della polizia sono stati ieri mattina, nella sala Manganelli della questura, il capo della sezione volanti Elio Iannuzzi e il capo della squadra mobile Fulvio Filocamo: starà ora a quest’ultimo approfondire l’inchiesta per scoprire l’eventuale rete a cui si appoggiavano i due bulgari. «E’ probabile - ha detto Filocamo - che esista un’organizzazione criminale più ampia dedita a questo tipo di truffe informatiche, che tra l’altro è un reato molto grave, punibile con pene fino a 5 anni di reclusione. Usano una tecnologia che è applicabile soltanto ai bancomat di vecchia generazione, mentre i nuovi apparecchi atm sono stati appositamente modificati dalle banche per essere più sicuri». Iannuzzi ha infine lanciato un appello ai cittadini: «Come si è visto è della massima importanza la collaborazione dei cittadini; la segnalazione di quei due tipi sospetti al 113 è stata fondamentale. E ai correntisti dico di fare attenzione prima di inserire il proprio bancomat: verificate se la bocchetta verde si smonta con facilità e state attenti a non farvi vedere mentre inserite i codici di accesso».

CACCIA LA PEDOFILO AD AVELLINO - ANZIANO SORPRESO CON UN BIMBO ROM NEL RETRO DI UN SUPERMERCATO - (da Il Mattino di oggi, martedì 8 luglio 2014) - Caccia al pedofilo ad Avellino. Un anziano è fuggito ieri mattina dopo essere stato scoperto con un bambino rumeno all’interno del deposito di un supermercato di via Circumvallazione. Erano entrambi seminudi e quando i dipendenti hanno aperto la porta (erano stati avvisati dalla titolare del vicino centro abbronzante che li aveva visti appartarsi) l’anziano è scappato. Il bimbo, in lacrime, è stato soccorso dai presenti ed è stato avvertito il 112. Il bambino piangeva e diceva di non dire nulla alla mamma. Sarà fondamentale il racconto che già nei prossimi giorni sarà raccolto dall’assistente sociale. Le indagini delle forze dell’ordine procedono in base alla descrizione del fuggitivo fatta dai testimoni: un identikit costruito in base ai particolari forniti sia dai dipendenti del supermercato che hanno fatto la raccapricciante scoperta, sia dalla titolare del centro abbronzante. Il peggio si è potuto evitare proprio grazie alla prontezza e al coraggio di quest’ultima: non si è voltata dall’altra parte quando ha visto quel signore attempato guardarsi attorno con fare sospetto ed entrare con il bambino nel retro del supermercato. Vista la delicatezza e la gravità dell’episodio al momento non trapelano ulteriori dettagli, né dalle forze dell’ordine né dalla procura di Avellino. L’inchiesta è portata avanti nel massimo riserbo anche e soprattutto per tutelare il minore. Essendo di nazionalità rumena potrebbe essere uno di quei bambini rom che viene costretto a chiedere l’elemosina dai genitori: vorrebbe dire che questa volta ha chiesto i soldi alla persona sbagliata. Solo pochi giorni fa un altro caso di pedofilia aveva scosso la città: davanti ai giudici del tribunale di Avellino è partito infatti il processo a carico di un commerciante del posto accusato di aver consumato un atto sessuale con un 14enne. I due si erano conosciuti tramite facebook. L’abuso si sarebbe consumato nei pressi di piazza Macello, nel Suv del commerciante. Era il 23 ottobre del 2013. Non ci fu violenza, ma l’atto venne consumato in palese violazione della legge che tutela i minorenni. Fu la mamma del ragazzino a scoprire tutto dopo aver letto alcuni sms compromettenti e a denunciare l’uomo.

«FAVORI' IL FIGLIO»: PRIMA UDIENZA PRELIMINARE A CARICO DELLA DIRETTRICE DEL CARCERE DI BELLIZZI - (da Il Mattino di oggi, martedì 8 luglio 2014) - Inchiesta sui favoritismi nella designazione dei medici di guardia al carcere di Bellizzi. Ieri mattina, davanti al giudice per le udienze preliminari Giovan Francesco Fiore, il piemme Elia Taddeo ha ribadito la richiesta di rinvio a giudizio per tutti e quattro gli imputati, per la direttrice Cristina Mallardo e per tre suoi collaboratori. Secondo Taddeo sono responsabili di aver assunto direttamente medici e sostituti medici di guardia all’interno del carcere senza tener conto delle graduatorie. Anzi, quelle graduatorie non venivano affatto compilate, almeno per quanto riguarda il periodo oggetto di indagine, dal 2004 al 2007. Dal 2008 poi la competenza delle designazioni è passata al servizio sanitario nazionale e anche in occasione di questo passaggio di consegne, la Mallardo è accusata di aver favorito il figlio, facendolo passare di ruolo senza che avesse i titoli necessari, così da acquisire la tanto agognata “stabilizzazione”. «Dalle indagini - ha spiegato il piemme Taddeo - emerge un evidente quadro di favoritismi personali. Nessun medico che in quel periodo presentava una normale richiesta di ingresso in graduatoria veniva preso in considerazione, gestivano tutto come se fosse un affare personale». L’udienza preliminare di ieri mattina ha visto uno degli altri imputati, Bruno Aliberti (difeso dall’avvocato Benny De Maio), collaboratore della Mallardo, rendere dichiarazioni spontanee: secondo il pubblico ministero Taddeo, Aliberti era una delle persone con maggiore influenza nella designazione dei medici all’interno del carcere, ma Aliberti ha ribattuto che tutte le decisioni in quel campo venivano prese direttamente dalla direttrice. In più: «La cattiva abitudine di non stilare le graduatorie - ha aggiunto Aliberti - avveniva solo in due carceri, in quello di Avellino e in quello di Vallo della Lucania, entrambi diretti da Cristina Mallardo». Il gup Fiore, visto anche il prolungarsi dell’udienza, e per dare modo alla difesa della Mallardo (rappresentata dall’avvocato Gaetano Aufiero) di prendere visione della trascrizione delle corpose e pesanti dichiarazioni spontanee di Aliberti, ha rimandato la decisione sul rinvio a giudizio alla prossima udienza, fissata per il 21 ottobre 2014.

SBAGLIA LA DIAGNOSI E IL BIMBO DI 3 ANNI VA IN PERITONITE, CONDANNATO MEDICO DEL LANDOLFI - (da Il Matttino di oggi, mercoledì 9 luglio 2014) - Condannato il medico di Solofra che nel 2010 visitò un bambino di 3 anni ma non capì che era affetto da appendicite. Un’omessa diagnosi che ritardò l’intervento chirurgico necessario e peggiorò, e non poco, le condizioni di salute del piccolo, costringendolo a convivere tutt’oggi con persistenti disfunzioni all’apparato digerente. La diagnosi giusta venne fatta solo al Santobono di Napoli, quando ormai la malattia si era trasformata in peritonite. Il bambino venne sottoposto a due interventi chirurgici, il secondo per combattere una brutta infezione seguita al primo. La sentenza di condanna è stata emessa ieri dal gup di Avellino, Giovan Francesco Fiore, al termine del processo con rito abbreviato: ha accolto le richieste del piemme Salvatore e ha stabilito una pena di 2 mesi di reclusione, pena sospesa, e una multa di 200 euro. La difesa del primario, rappresentata dall’avvocato Nello Pizza, ha tentato di dimostrare che il medico fece tutto il possibile nelle tre visite effettuate tra il 25 maggio e il primo giugno del 2010, visite che precedettero il ricovero del bambino prima al Moscati e poi al Santobono: «Si accusa il mio assistito - ha detto l’avvocato Pizza - di non aver capito la gravità della situazione e di non aver consigliato il ricovero in ospedale per ulteriori accertamenti. Ma nelle prime due visite non era umanamente possibile capire che si trattava di appendicite. Nell’ultima visita, quella del primo giugno, consigliò ai genitori di recarsi al Landolfi per ulteriori accertamenti e infatti in serata si recarono al Moscati di Avellino. Ma nemmeno i medici del Moscati arrivarono alla diagnosi di appendicite, tanto che disposero il trasferimento al Santobono semplicemente “per consulenza”». Ieri nell’aula gup ha deposto anche il consulente medico del pm, il dottore Luca Lepore: «Se al bambino fosse stata diagnosticata in tempo l’appendicite, oggi non sarebbe costretto a convivere con una serie di problemi cronici. Presa in tempo, l’appendicite è una patologia che si supera con un piccolo intervento e che non lascia segni permanenti, se non una piccola cicatrice».

CAMORRA IN VALLE CAUDINA - EMARGINATA PERCHE' DENUNCIA IL BOSS: NEL SUO BAR NON CI VA PIU' NESSUNO (da Il Mattino del 10 luglio 2014) - Ormai a San Martino Valle Caudina la chiamano “l’infame”, “la pentita” e nel suo bar non ci va più nessuno. Da quando Stella Pagnozzi ha denunciato suo cugino, Gennaro Pagnozzi detto ‘O Giaguaro, capo dell’omonimo clan della camorra, per lei la vita in paese è diventata difficile, se non impossibile. Per arrotondare le scarse entrate del bar aveva iniziato a lavorare per una ditta ortofrutticola, ma dopo l’arresto del Giaguaro il datore di lavoro l’ha allontanata per un mese e mezzo. Ora l’ha ripresa in servizio, ma intanto sono state bruciate le auto di due operai ed è stata data alle fiamme anche l’auto del figlio della signora Stella. Una situazione drammatica che ora si trova agli atti del tribunale di Avellino. L’ha raccontata ai giudici proprio la signora Stella, coraggiosamente comparsa ieri mattina nell’aula della corte d’Assise dove si sta celebrando il processo per estorsione e usura ai danni dei fratelli Gennaro e Paolo Pagnozzi (difesi rispettivamente dagli avvocati Dario Vannetiello e Fabio Damiano). La signora Stella ha confermato la sua denuncia davanti ai giudici della prima sezione penale (presidente Eva Troiano, giudici a latere Landolfi e Centola). Sollecitata dalle domande del piemme della Dda di Napoli Francesco Soviero, ha detto che tutto era nato a causa di un vecchio debito del marito. «Non so come se lo era procurato - ha spiegato Stella - ma doveva restituire ancora circa 20mila euro, e quando mi disse di non riuscire più a far fronte alle rate mi misi d’accordo con Gennaro Pagnozzi. Stabilimmo che gli avrei dato subito 2500 euro e poi avrei pagato rate mensili di 500 euro. Prendevamo i soldi dalla pensione di mia suocera. E’ andata avanti così per un anno, poi non ce l’ho fatta più». E qui si arriva all’episodio scatenante. E’ il 30 dicembre del 2010 e il boss si presenta nel bar gestito dalla signora Stella e dal marito: «Venne Gennaro al bar per chiedere i soldi - dice Stella - gli dissi che i 500 euro non li avevo e lui si arrabbiò. Mi buttò addosso la zuccheriera che si trovava sul bancone e mi coprì di insulti. Poi mi diede anche un paio di schiaffi e a quel punto un signore che era con lui lo prese per un braccio e lo portò fuori. Dopo pochi minuti passarono i carabinieri e gli raccontai tutto. Da quel momento in poi non sono più venuti a chiedermi niente, ma nel frattempo io sono diventata l’infame, la pentita… che poi non ho niente di cui pentirmi io. Ma in paese sono tutti omertosi e ora nel mio bar, che prima andava discretamente bene, non viene più nessuno. Ora lo chiamano il bar della pentita».

AVELLINO - NUOVA CONDANNA PER LA BANDA DEI FRATELLI VOLZONE. DOPO LA DROGA RICONOSCIUTI COLPEVOLI ANCHE DI FURTI E TENTATE RAPINE - (da Il Mattino di oggi, mercoledì 16 luglio 2014) - Nuova condanna a carico di alcuni componenti della banda dei fratelli Volzone di Avellino. Dopo il traffico di cocaina, tre di loro sono stati riconosciuti colpevoli anche di una serie di rapine e di furti commessi tra Avellino ed Atripalda negli anni scorsi. La sentenza è stata pronunciata ieri dal giudice per le udienze preliminari Giovan Francesco Fiore: per Angelo Volzone condanna a 5 anni di reclusione, per Aristide Capolupo 4 anni e 4 mesi, per Ivan Guarino 3 anni e 4 mesi (con alleggerimento del regime cautelare dai domiciliari all’obbligo di firma). Sono gli autori di una serie di incursioni notturne in bar e circoli privati, portate a termine tra il febbraio e il marzo del 2012 (periodo in cui la banda era già nel mirino della Dda per l’inchiesta sullo spaccio di droga). Ieri mattina i tre imputati sono comparsi nell’aula gup del tribunale di Avellino e si sono sottoposti al rito abbreviato (altri due complici seguiranno il rito ordinario). Ad inizio udienza tutti e tre hanno reso una breve dichiarazione spontanea al giudice Fiore, ammettendo le proprie responsabilità e riconoscendo di avere sbagliato. A differenza degli altri due coimputati, Guarino ha spiegato anche il motivo per il quale avrebbe commesso quei furti: «L’ho fatto perché avevo problemi economici. Ho una mia ditta di movimento terra e in quel periodo ero sotto usura». Il piemme Salvatore aveva poi chiesto per i due presunti capi dell’organizzazione, Volzone e Capolupo, 6 anni di reclusione e una multa di 1200 euro. Per Guarino 4 anni di reclusione e 600 euro di multa. Entrambi gli avvocati della difesa (Gaetano Aufiero per Volzone e Capolupo; Villani per Guarino) avevano invece chiesto il minimo della pena e le attenuanti generiche (vista anche la confessione), puntando comunque sull’insussistenza del reato di associazione: «Erano solo tre ragazzini - ha detto l’avvocato Aufiero durante l’arringa - che per un breve periodo di tempo (le indagini coprono 30 giorni, dall’8 febbraio all’8 marzo) hanno commesso dei reati di lieve entità. E’ spropositata la pena chiesta dal pubblico ministero, qui non stiamo parlando di Gomorra».

TRUFFA DA MILIONI DI EURO - RISCHIA LA PRESCRIZIONE IL PROCESSO PER LE PALE EOLICHE, NUOVO ALLARME DELLA GIUDICE DI AVELLINO EVA TROIANO - (da Il Mattino del 12 luglio 2014) - Il processo delle pale eoliche (una maxitruffa allo Stato per decine di milioni di euro) si avvia verso la prescrizione. Un altro dei tanti processi a rischio che si stanno celebrando nelle affannate aule del tribunale di Avellino. Processi per i quali la giudice Eva Troiano (presidente della prima sezione penale) aveva già lanciato l’allarme poche settimane fa, nel corso di un processo di camorra sugli affari del clan Cava a Pago Vallo Lauro. Stavolta si tratta dell’inchiesta della guardia di finanza di Avellino denominata “Via col Vento”, sui parchi eolici e sui finanziamenti pubblici milionari ottenuti illecitamente. Il problema è sempre quello: troppi procedimenti pendenti, troppi rinvii e intoppi, troppo tempo che passa tra un'udienza e l'altra con l’unico risultato di far maturare i tempi di prescrizione. Ieri, a causa di un rinnovo degli atti processuali dovuto alla nuova composizione del collegio giudicante, la presidente Troiano ha dovuto rinviare tutto ad una prossima udienza fissata per il 7 novembre 2014. Agli atti ci sono decine di faldoni e 30mila documenti, frutto di due anni di indagini sui carteggi prodotti per incassare milioni di euro di soldi pubblici. L’inchiesta della finanza culminò il 10 novembre 2009 con l’arresto di 4 persone tra imprenditori e funzionari di banca, tutti accusati di aver prodotto false certificazioni per ottenere illecitamente finanziamenti destinati agli operatori dell'eolico. In manette finì, tra gli altri, il titolare dell'Ivpc (Italian vento power corporation) Oreste Vigorito, presidente del Benevento calcio. «Anche questo è un processo da rianimare - ha detto venerdì scorso in aula la giudice Troiano. Ci stiamo provando. Come stiamo cercando di fare per decine di altri processi simili». Una missione impossibile che grava sui giudici del tribunale di Avellino e in particolare su quelli della sezione penale, chiamati ad una corsa contro il tempo per non perdere la possibilità di fare giustizia in casi di enorme rilevanza sociale. «Almeno il 40 per cento dei processi che sto seguendo è moribondo - si lamentò la giudice nel corso del processo Cava -; udienze che vanno avanti ormai da oltre 10 anni. Allo stato attuale ho 160 processi collegiali pendenti e diventa sempre più difficile garantirli entro i tempi della prescrizione».

MONTEFORTE IRPINO - SVALIGIATA LA CASA DI UN CAMORRISTA MESSA SOTTO SEQUESTRO DALLA DDA

INQUINAMENTO DEL FIUME SABATO - BLITZ DEI NOE NELLO STIR DI PIANODARDINE, SEI AVVISI DI GARANZIA A IRPINIAMBIENTE (da Il Mattino di oggi, ven 12 settembre 2014) - Blitz della Procura di Avellino nello Stir di Pianodardine. Carabinieri e Noe (con la collaborazione dell’Arpac) hanno effettuato un sopralluogo per verificare la presenza di materiali o sostanze inquinanti nell’impianto di trattamento rifiuti che si trova a due passi dal fiume Sabato. E’ una nuova tappa (parallela e complementare) delle indagini che la Procura avellinese fece già partire nel 2011, sulle critiche condizioni del fiume che bagna decine di comuni dell’Hinterland avellinese (tra le ipotesi di reato a cui si lavora c’è anche quella di disastro ambientale). Questo nuovo filone di indagine si concentra sull’impianto di stoccaggio di Pianodardine: al momento sarebbero sei le persone iscritte nel registro degli indagati, tra dirigenti e responsabili dello Stir e della società che gestisce l’impianto, Irpiniambiente. Secondo l’accusa avrebbero omesso di mettere in sicurezza l’impianto nonostante le prescrizioni a più riprese ricevute dall’Arpac. Fin dal mese di maggio 2014 al suo interno erano stati rilevati parametri di inquinamento allarmanti: concentrazione di batteri e di manganese che superavano la soglia consentita dalla legge e che rischiavano di aggravare ulteriormente il già alto livello di inquinamento ambientale del fiume Sabato e delle acque sotterranee. Da maggio 2014 fino all’inizio di settembre lo Stir non avrebbe attuato nessuna operazione di contenimento di questi valori inquinanti e così dalla procura di Avellino sono partiti il nuovo decreto di ispezione e i sei avvisi di garanzia, a firma del procuratore capo Cantelmo e dei sostituti De Angelis e Patscot. Alla polizia giudiziaria è stato dato mandato di effettuare diversi sopralluoghi (alcuni già portati a termine nel mese di agosto scorso) nell’intera area occupata dallo Stir, per verificare gli scarichi e analizzare le sostanze che vi tansitano. Solo all’inizio di questa settimana, e quindi con un ritardo di quattro mesi, i gestori dello Stir avrebbero ottemperato alle prescrizioni anti inquinamento. Un ritardo che dovranno ora giustificare ai piemme: la loro versione dei fatti andrà a completare le indagini, in attesa poi dell’eventuale rinvio a giudizio da parte del gip. L’indagine principale, quella sull’inquinamento del fiume Sabato, partì ufficialmente nel giugno del 2011, in seguito alle preoccupanti analisi diffuse dall’Arpac: nel fiume, in particolare nel tratto che passa tra San Michele di Serino e Villa San Nicola (al confine tra Cesinali e Atripalda), vennero riscontrati livelli di batteri talmente alti da far scattare immediatamente due ordinanze restrittive, una per bloccare la captazione delle acque per irrigazione e una per vietare la pesca in tutto il percorso del fiume fino al suo innesto nel Calore (e quindi oltre il confine con Benevento: la stessa procura sannita aprì un’inchiesta per disastro ambientale). Ora l’obiettivo del procuratore Cantelmo è di fare chiarezza una volta per tutte in questo buco nero ambientale che minaccia la salute di migliaia di famiglie irpine. Non a caso in quell’estate del 2011 scese in campo anche il comitato dei medici della Valle del Sabato: dopo le allarmanti analisi dell’Arpac denunciarono il vertiginoso aumento dei casi di tumore tra i residenti. Un aumento dell’80 per cento che per i medici è da mettere in stretta correlazione con l’evidente stato di inquinamento ambientale del fiume Sabato e dell’intero nucleo industriale che sorge alle porte di Avellino. Secondo i medici, e secondo le varie associazioni e comitati che nel frattempo sono sorti tra Prata Principato Ultra, Aiello del Sabato, Chiusano San Domenico, Pratola Serra, Montefredane, Cesinali, le cause che sono alla base di questo disastro ambientale sono da ricercare nell’emissione incontrollata di fumi e scarichi dalle industrie, dallo smaltimento illecito dei rifiuti e dai depuratori fantasma.

AVELLINO - VELENI NEL FIUME SABATO, SI ALLARGA L'INCHIESTA DELLA PROCURA: OLTE AI SEI DI IRPINIAMBIENTE ALTRI 17 INDAGATI - (da Il Mattino di oggi, sabato 13 settembre 2014) - Non ci sono solo i sei indagati di Irpiniambiente. L’inchiesta della procura di Avellino sull’inquinamento del fiume Sabato coinvolge in tutto 23 persone: tutti iscritti nel registro degli indagati per reati contro l’ambiente e in particolare per la contaminazione del fiume Sabato e delle falde acquifere sotterranee. Gli altri 17 indagati sono responsabili e gestori delle altre aziende che, oltre allo Stir gestito da Irpiniambiente, operano nel nucleo industriale di Pianodardine e che in qualche modo possono aver compromesso la salute del fiume e del territorio circostante. Quei primi sei avvisi di garanzia firmati dal procuratore capo di Avellino Rosario Cantelmo e dai sostituti Roberto Patscot e Cecilia De Angelis, sono stati notificati al direttore generale di Irpiniambiente, Felicio De Luca, al generale Francesco Russo in qualità di amministratore unico di Irpiniambiente Spa, a Orlando D’Amato e Vincenzo Biondo in qualità di responsabili dell’impianto Stir (Biondo è subentrato a D’Amato nel luglio di quest’anno), Annarosa Barbati e Patrizia Pontillo, rispettivamente ingegnere dirigente tecnico di Irpiniambiente e responsabile delle osservanze ambientali. All’interno dello Stir, impianto di stoccaggio e imballaggio dei rifiuti, i tecnici dell’Arpac e i carabinieri del Noe di Salerno (coadiuvati dai militari della stazione di Montefredane) hanno effettuato diversi sopralluoghi negli ultimi due mesi ed hanno riscontato la presenza di concentrazioni elevate di metalli pesanti (e quindi potenzialmente tossici, come il manganese o l’azoto ammoniacale) e di batteri (in questo caso batteri coliformi, fecali, enterococchi… batteri che indicano comunemente il grado di inquinamento idrico). Concentrazioni che superano le soglie consentite per legge e che sarebbero andate ad aggravare la già pesante condizione di salute del fiume Sabato e del territorio circostante, con conseguente inquinamento anche delle falde acquifere sotterranee. E’ proprio nei pozzi-spia dello Stir che sono stati effettuati i prelievi dell’Arpac e del Noe, ed è su questo punto che già annuncia battaglia una parte degli indagati: per loro è tutto da dimostrare che quell’acqua prelevata nei pozzetti sia stata effettivamente inquinata dalle attività dello Stir; visto che si tratta di una falda acquifera che pesca in profondità, potrebbe essere stata inquinata anche dagli scarti prodotti da altre aziende, altre fabbriche e altri impianti industriali presenti in zona. Anche per questa ragione l’inchiesta della procura di Avellino procede con la massima attenzione: l’iscrizione nel registro degli indagati di altre 17 persone mira proprio a verificare le singole responsabilità di tutti gli attori del nucleo industriale di Avellino e non solo dello Stir gestito da Irpiniambiente. L’unico dato certo al momento è che da anni i residenti della Valle del Sabato lamentano odori nauseabondi, denunciano l’evidente stato di inquinamento del fiume Sabato (peraltro comprovato da recenti analisi dell’Arpac) e soprattutto protestano per la mancanza di una seria politica di impianti di depurazione e di controlli adeguati che inchiodino le aziende a rispettare l’ambiente in cui viviamo. Emblematica, a questo proposito, la denuncia di vari comitati di cittadini e di medici che collegano l’inquinamento della zona all’aumento vertiginoso (all’incirca dell’80 per cento) dei casi di tumore tra chi abita nelle decine di comuni che affacciano sul fiume Sabato: Pratola Serra, Prata Principato Ultra, Cesinali, Montefredane, Aiello del Sabato… Già due anni fa, era l’ottobre del 2012, il sindaco di Montefredane Valentino Tropeano si fece portavoce delle lamentele dei residenti di Arcella (zona a ridosso del nucleo industriale e a pochi passi dallo Stir di Pianodardine): «Vivono una grave ed incresciosa limitazione al normale svolgimento della propria vita a causa di odori nauseabondi che provengono probabilmente dallo stabilimento di trattamento dei rifiuti Stir di Pianodardine e da altre aziende».

PRESA E CONDANNATA PER DIRETTISSIMA LA BANDA DELLE 4 ROM BORSEGGIATRICI. L'AVVOCATO DIFENSORE: "DESTINATE A RUBARE, PER VIVERE - (da Il Mattino di oggi, martedì 16 settembre 2014) - E’ stata processata per direttissima ieri mattina la banda delle quattro Rom arrestate sabato al mercato di Avellino. Sono state colte sul fatto dai carabinieri mentre borseggiavano una signora. Il giudice Calabrese le ha condannate ad 1 anno di reclusione, oltre al pagamento di 400 euro di multa e delle spese processuali. Difese dall’avvocato Luigi Capaldo del foro di Salerno, hanno cercato di appellarsi alla clemenza della corte: hanno dai tre ai quattro figli a testa e non hanno un lavoro fisso, tant’è che l’avvocato nella sua arringa ha dichiarato: “sono destinate a rubare, per vivere”. Ma non è stata una giustificazione accettabile e il giudice ha emesso la condanna. Le quattro borseggiatrici non dovranno comunque scontare l’anno di reclusione in carcere, grazie al beneficio dell’obbligo di dimora: per un anno non potranno lasciare i rispettivi comuni di residenza. Tre di loro risiedono a Biella, la quarta in Irpinia, a Caposele. Fondamentale, per arrivare alla condanna, è stato il racconto del carabiniere che le ha arrestate. Si tratta di un carabiniere in servizio alla stazione di Pompei: tre delle quattro rom erano state identificate già il 22 agosto scorso, dopo alcuni borseggi avvenuti nel centro commerciale La Cartiera di Pompei. Le hanno così pedinate ed hanno scoperto che per sabato 13 settembre avevano pianificato un nuovo colpo, in trasferta ad Avellino, al mercato settimanale che si tiene nello spiazzale dello stadio Partenio/Lombardi. E infatti le hanno viste aggirarsi per le bancarelle del mercato e le hanno viste entare in azione: dopo due tentativi andati a vuoto, una delle due ha puntato una signora che stava guardando della merce imbracciando una borsa lasciata imprudentemente aperta; l’hanno circondata e mentre una ladra le si è messa affianco facendo finta di guardare un abito appeso ad una stampella, la complice ha infilato una mano nella borsa ed ha rubato il portafoglio e un borsellino. Una refurtiva di un centinaio di euro in contanti oltre ad un paio di orecchini ed alcuni monili d’oro. I carabinieri hanno visto tutto e le hanno bloccate. Ieri sono comparse tutte e quattro in aula: l’autrice materiale dello scippo ha ammesso le proprie colpe ed ha chiesto scusa per aver sbagliato, mentre le altre tre hanno detto di non avere nulla a che fare con il borseggio, che non immaginavano minimamente quello che stava accadendo: da Biella erano venute al mercato di Avellino solo per fare acquisti. Il giudice non ha creduto a questa versione e le ha condannate: pena lieve, ma almeno per un anno non potranno più mettere piede ad Avellino.