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DIO (Mancuso) Dio è la causa formale del mondo nel senso che ne costituisce la tendenza verso l’aggregazione. L’essere-forma di Dio rispetto al mondo (l’esserne la causa formale) non è paragonabile al rapporto tra un disegnatore e il suo disegno, ma a una tensione, a una propensione, a una passione, nel senso che Dio genera eros nelle fibre del mondo; lo fa perché egli stesso nella sua essenza è eros, relazionalità sorgiva e originaria. In questo senso la causa formale coincide con la causa finale. (da “Il principio passione”).

Vito Mancuso - 22 settembre 2013

La contesa Sermonti-Scalfari su: “Mettersi in piazza contro l’orrore morale" o no? - micromega-online - micromega

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LE QUATTRO DISCONTINUITÀ COSMICHE (da “L’anima e il suo destino"). Io penso che la legittimità di affermare una vita oltre la morte sia data dalle quattro discontinuità che definiscono il cammino compiuto dall’essere-energia a partire dal momento dell’inizio della sua espansione. Esse sono: - il passaggio dal minuscolo puntino cosmico all’origine del Big Bang alla vastità dell’essere; - il passaggio dalla materia inerte alla vita; - il passaggio dalla vita naturale all’intelligenza; - il passaggio dall’intelligenza autoreferenziale alla morale e alla spiritualità. Tra uno stadio e l’altro c’è una differenza ontologica, senza che vi sia una necessità intrinseca che spieghi i passaggi. I quali tuttavia sono avvenuti, e sono avvenuti sempre verso una maggiore complessità, seme contro il disordine dell’entropia e a favore dell’ordine come informazione. Il secondo principio della termodinamica stabilisce la naturale tendenza alla degradazione e all’allontanamento dall’ordine, esattamente quello che vediamo nella nostra casa se con regolarità e fatica non facciamo le pulizie, o nel nostro corpo se non lo teniamo in forma con un’attenta alimentazione e un po’ di ginnastica, o in un’azienda o in una scuola o in un matrimonio se non si cura continuamente la qualità dei rapporti. Nel mondo quotidiano l’entropia vince e per resisterle occorre immettere continuamente energia rinnovata e ordinata sotto forma di lavoro. Ma le quattro discontinuità evidenziate sopra mostrano un cammino complessivo dell’essere energia dell’universo che, almeno per quanto riguarda la vita sul nostro pianeta, va in una direzione contraria al disordine dovuto all’aumento di entropia, un cammino che procede, invece, verso un aumento dell’ordine, dell’informazione, della complessità. Come mai? Chi ha compiuto il lavoro necessario per vincere l’entropia? Una certa mentalità religiosa alquanto diffusa è portata d’istinto a pensare a interventi esterni da parte di Dio. Per essa l’essere naturale conterrebbe necessariamente dei buchi o lacune: sia il mondo fisico che non si spiegherebbe da sé, sia l’anima umana che deve essere mostrata necessariamente bisognosa di perdono e di redenzione, fin dal momento della nascita, visto che le si attribuisce l’oscuro buco del peccato originale. Dio è colui che riempie questi buchi, salva le anime e spiega il mondo, perché il mondo per essere spiegato ha bisogno dell’ipotesi Dio. Dietrich Bonhoeffer scriveva contro questa tradizionale mentalità religiosa nelle sue lettere dal carcere nazista del quartiere berlinese di Tegel. Così il 29 maggio 1944: Per me è nuovamente evidente che non dobbiamo attribuire a Dio il ruolo di tappabuchi nei confronti dell’incompletezza delle nostre conoscenze. Dobbiamo trovare Dio in ciò che conosciamo, non in ciò che non conosciamo. Dio vuole essere colto da noi non nelle questioni irrisolte, ma in quelle risolte... Dio non è un tappabuchi. Poco dopo, nella straordinaria lettera dell’8 giugno: L’apologetica cristiana cerca di dimostrare al mondo divenuto adulto che non può vivere senza il tutore “Dio”. Nonostante la già avvenuta capitolazione davanti a tutte le questioni mondane, restano tuttavia le cosiddette questioni ultime - la morte, la colpa - cui solo “Dio” può dare una risposta. Ritengo questi attacchi dell’apologetica cristiana contro la maggiore età del mondo: primo, privi di senso; secondo, di scadente qualità; terzo, non cristiani. Nell’usare il termine “tappabuchi”, in tedesco Lickenbùsser, io penso che Bonhoeffer avesse in mente le parole di Nietzsche contro ‘il Cristianesimo: “Lo spirito di questi redentori era fatto di buchi; ma in ogni buco essi avevano ficcato la loro illusione, il loro tappabuchi da loro chiamato Dio” . Il successo mondiale del pensiero di Bonhoeffer è motivato dall’aver portato in teologia le ragioni di Nietzsche. Le cose però rispetto al 1944, per la tradizionale mentalità religiosa sono rimaste esattamente le stesse, ancora si cercano buchi per dare legittimità e consistenza al discorso su Dio. Desidero chiarire con cura che parlando delle quattro discontinuità cosmiche io non voglio in nessun modo sostenere la debolezza del mondo, il suo non stare in piedi da sé, il suo aver bisogno di altro. Non voglio creare un piedistallo su cui posizionare la statua di Dio e poi, appoggiata a essa, quella dell’immortalità dell’anima. Esattamente al contrario, parlando delle quattro discontinuità io intendo celebrare speculativamente la ricchezza ontologica del mondo, l’ordine e l’armonia della natura, di cui noi uomini siamo parte. “Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze”, scriveva Nietzsche in Così parlò Zarathustra evidenziando la storica contrapposizione tra fedeltà alla terra e fedeltà al cielo. Se c’è una cosa nuova, però, che è apparsa nella teologia del Novecento è esattamente la possibilità di rompere questa contrapposizione e pensare al contrario che non vi può essere nessuna autentica fedeltà al cielo senza una leale fedeltà alla terra, come risulta dalla teologia di Bonhoeffer, come è stato testimoniato nel mondo cattolico (non senza pesanti persecuzioni dalle gerarchie) dalla teologia di Teilhard de Chardin e come infine, anche grazie a lui, è stato in parte recepito dalla Chiesa col Vaticano II, reso possibile peraltro dal fatto che la vera anima cattolica, che per essenza pensa il rapporto Dio-mondo alla luce dell’analogia, lo sapeva da sempre: basti considerare Tommaso d’Aquino e la sua “fedeltà alla terra” che si chiama filosofia di Aristotele. A chi intende conciliare l’amore per il cielo con l’amore per la terra (cosa a cui il Cristianesimo, religione dell’incarnazione di Dio, è deontologicamente tenuto) non servono né interessano i miracoli: non parliamo neppure di apparizioni, messaggi segreti, statuette che piangono, case che volano, ecc. Questa mentalità del miracolo (e dello straordinario) fa molto male all’autentica spiritualità, e rende inevitabile che forti intelletti come quello di Nietzsche, e di molti altri prima e dopo di lui, abbiano sentito la necessità di proclamare “la morte di Dio” per far vivere l’uomo. È inevitabile, se per accettare Dio viene richiesto di gettarsi nelle braccia dell’irrazionalità. C’è bisogno, al contrario, di guardare al mondo per quello che è, alla sua struttura stupefacente che la scienza contemporanea ci aiuta sempre meglio a conoscere, di poggiare saldamente i piedi sulla madre terra e da lì arrivare a mostrare come sia proprio la fedeltà alla terra a richiedere di alzare in alto lo sguardo. (Mancuso).

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IL DIO CRISTIANO NON È LA CONTROPARTE CUI CHIEDERE SPIEGAZIONI O RENDICONTI (da V. Mancuso). Il Figlio di Dio nella sua vita terrena ebbe direttamente a che fare con molti malati. I Vangeli sono ricolmi delle sue numerose guarigioni. Ciononostante sono pochi, e tra loro non del tutto concordanti, i brani che possono chiarire almeno un po’ ciò che Gesù pensava in ordine al rapporto tra male fisico e volontà di Dio. Il primo brano, riportato da Giovanni, è ambientato a Gerusalemme, sotto i portici di una piscina chiamata Betzata, dove «giaceva una moltitudine di infermi, ciechi, zoppi, paralitici» (Giovanni 5,3). Lì Gesù nota un paralitico dalle condizioni particolarmente disagiate (il testo sottolinea che si trovava così da 38 anni) e lo guarisce con la forza della parola. Poco dopo, incontrando di nuovo quell’uomo nel tempio, gli si rivolge così: «Ecco, sei diventato sano; non peccare più, perché non ti accada di peggio» (Giovanni 5, 14). Il pensiero di Gesù sembra qui chiaramente orientato a collegare in modo organico peccato e malattia, esattamente nella linea della tradizione ebraica ampiamente attestata dall’Antico Testamento. L’impressione si rafforza alla luce di un altro brano, riportato da tutti e tre gli evangelisti sinottici, concernente anch’esso la guarigione di un paralitico. Infatti, quando gli viene presentata la barella su cui giaceva l’infermo (a causa della folla, fatta calare dal tetto della casa in cui si trovava), Gesù per prima cosa dice: «Figlio, ti sono rimessi i peccati» (Marco 2,5; cf. anche Matteo 9, 2 e Luca 5, 20). Poi lo guarisce, ma ciò che qui preme sottolineare è che il primo pensiero di Gesù è stata l’associazione inequivocabile tra malattia e peccato. Il paralitico, prima ancora che come malato, gli appare come peccatore, e peccatore proprio in quanto gravemente malato. Vi sono altri testi, però, che vanno nella direzione opposta, negando esplicitamente ogni connessione tra malattia e peccato personale. E significativo che nei Vangeli vengano dopo, il che indica molto probabilmente un’evoluzione nel pensiero di Gesù, dapprima partecipe della concezione ebraica tradizionale, poi giunto a una visione propria e originale. Il che, peraltro, non contrasta affatto con la sua natura di Figlio di Dio, perché si tratta del Figlio di Dio incarnato, divenuto uomo realmente, fino in fondo, non solo perché aveva un corpo umano, ma soprattutto perché la sua coscienza era come quella di ogni uomo, circondata da molte cose ignote ed evolventesi mediante esperienza. E sempre l’evangelista Giovanni a riportare il caso di un uomo nato con una grave malformazione agli occhi che gli impediva di vedere, un uomo nato cieco. Gesù è di nuovo a Gerusalemme, questa volta attorniato dai discepoli. Passa, vede il cieco e si sente rivolgere questa domanda: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» (Giovanni 9, 2). I discepoli si fanno portavoce della risposta più comune che la storia conosca in ordine al problema dell’handicap, che si tratti cioè di una punizione divina. Per loro era un presupposto indiscusso. Quasi certamente, visti i numerosi contatti con malati di ogni tipo, dell’argomento avevano già parlato con Gesù, il quale si era mostrato della stessa opinione. Quanto occorreva stabilire era solo chi aveva commesso la colpa, se i genitori oppure lo stesso nato cieco quando ancora si trovava nel grembo materno, dovendo in questo caso escludere dalla mentalità ebraica del tempo il pensiero di vite precedenti. Gesù, però, questa volta è assolutamente perentorio nell’escludere l’impostazione tradizionale: «Né lui ha peccato né i suoi genitori» (Giovanni 9,3). Il nesso malattia-peccato viene spezzato in modo inequivocabile. La presenza di una malattia congenita, la presenza dell’handicap, non segnala in alcun modo la presenza del peccato. Il fatto che si nasca con una deformazione non significa che si venga per questo puniti. Con ciò Gesù sconfessa la tradizionale regola ebraica secondo cui non c’è castigo senza colpa. Il suo pensiero esclude anche l’idea buddhista delle malattie karmiche. Il perché dell’handicap non trova la sua risposta nel peccato personale né di colui che ne viene colpito né di coloro che l’hanno messo al mondo. Vi è un altro brano evangelico, questa volta di Luca, nel quale Gesù ribadisce l’esclusione del rapporto diretto tra la sciagura e il peccato. Qualcuno gli riferisce dell’uccisione da parte dei soldati di Pilato di alcuni galilei che stavano compiendo dei sacrifici, e Gesù commenta: «Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei per aver subito una tale sorte? No, vi dico» (Luca 13, 2-3). Per poi aggiungere di suo, rifacendosi a una disgrazia avvenuta a Gerusalemme: «O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico» (Luca 13, 4-5). Da Gesù è esclusa nella maniera più radicale la possibilità che vi sia un nesso tra le sciagure che si abbattono sugli uomini e il peccato personale. Se è chiarissima la parte negativa del pensiero di Gesù, se non vi possono essere dubbi su quanto viene da lui escluso, non è però altrettanto chiara la parte positiva del suo pensiero. Ecco come Gesù conclude il passo di Luca citato sopra: «No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo», frase pronunciata sia dopo il caso dei galilei sia dopo il caso della torre. Ed ecco per intero la risposta alla domanda dei discepoli di fronte al cieco nato (dopo la quale Gesù lo guarirà): Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo» (Giovanni 9,3-4). Da queste parole non è possibile comprendere a fondo la posizione di Gesù. Sembrerebbe in prima battuta che dicendo «né lui ha peccato né i suoi genitori» egli escluda ogni responsabilità divina, ma non è così. Ciò che viene escluso è solo il nesso malformazione-peccato, non il fatto che Dio possa essere, in un modo non punitivo, all’origine dell’handicap. Il problema consiste nell’interpretare il legame posto da Gesù tra l’handicap del cieco nato e la manifestazione delle opere di Dio. Se Gesù esclude che l’handicap del cieco nato sia da attribuire a una volontà punitiva di Dio, afferma d’altro lato la volontà di Dio di rendere questo handicap il luogo o l’occasione per la manifestazione delle sue opere. Gesù quindi non sembra negare la responsabilità, il coinvolgimento di Dio, nei riguardi dell’handicap. Come del resto potrebbe essere altrimenti? Nel discorso fatto ai dodici prima di inviarli in missione, il cosiddetto discorso apostolico, Gesù sostiene che Dio veglia particolarmente sulla vita degli uomini: «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!» (Matteo 10,29- 31). Perfino i capelli sono tutti contati: forse non esiste immagine più eloquente per dire la peculiare attenzione divina nei confronti della vita di ogni singolo uomo. La provvidenza divina occupa un posto rilevante anche nel discorso della montagna, dove Gesù afferma che Dio si prende cura dei suoi figli anche per gli aspetti materiali dell’esistenza come il cibo o il vestito, perché «il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno» (Matteo 6, 32). A chi cerca il regno di Dio, «tutte queste cose saranno date in aggiunta» (Matteo 6,33). Alla luce di questi testi sembra davvero impossibile non attribuire a Gesù l’idea che Dio abbia un legame diretto con la vita anche fisica degli uomini. Se Dio non usa le sciagure, tra cui l’handicap, come strumento di punizione, non per questo esse avvengono senza il suo volere, tanto meno contro il suo volere. Colui che nasce gravato dall’handicap appare quindi come direttamente connesso con l’azione di Dio nella natura e nella storia. E nato così, dice il Vangelo, «perché si manifestassero in lui le opere di Dio». Ma quali sono queste opere di Dio? Nel caso particolare riportato da Giovanni si può pensare che l’opera di Dio consista nel miracolo con cui Gesù guarisce il cieco spalmandogli sugli occhi il fango prodotto sputando per terra: quell’uomo era nato cieco per permettere a Gesù di manifestare la sua potenza, la sua malattia era finalizzata alla gloria del Figlio di Dio. Si tratta di una lettura frequente, condivisa da interpreti autorevoli, tra cui Giovanni Diodati. Ma se fosse così, tralasciando pure l’obiezione sull’utilizzo «poco cristiano» di tanti anni della vita di un uomo, che dire di tutti gli altri milioni di handicappati che non hanno avuto e non avranno la fortuna di incontrare Gesù sulla terra? Si potrebbe pensare che essi rappresentino comunque l’occasione per i discepoli di Gesù, per i cristiani, di imitare il loro Signore, se non con il miracolo del ridare la vista, almeno con la loro dedizione e il loro sacrificio. Ma è un’interpretazione che non regge, dapprima perché non considera tutti gli handicappati prima di Cristo o al di fuori dell’azione dei cristiani, e soprattutto perché non rispetta la personalità dell’handicappato ma la rende funzionale a qualcosa d’altro, il che non è teologicamente ammissibile. «E così perché si manifestassero le opere di Dio in lui» non va inteso dunque come funzionale al miracolo compiuto subito dopo da Gesù. Il miracolo, del resto, è a sua volta un segno (semeon) che rimanda a qualcosa d’altro, di più alto e di più eloquente. Qual è l’opera di Dio per eccellenza secondo il Nuovo Testamento? «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Giovanni 3, 16): l’opera di Dio è la donazione del Figlio per la vita del mondo, donazione che si compie supremamente nella croce. La manifestazione delle opere di Dio trova il suo coronamento, il suo senso ultimo, nell’opera par excellence che Dio compie per il mondo degli uomini. La malattia agli occhi con cui quell’uomo venne al mondo ha certo a che fare con Dio, non però con il Dio potente e dominatore della natura, ma con il Dio che manifesta supremamente se stesso nella donazione del Figlio e che assume in questo modo su di sé il dolore e la sofferenza degli uomini. In questa prospettiva rimane ancora molto da capire; ciò che fin d’ora è chiaro, però, è che il Dio cristiano non è la controparte cui chiedere spiegazioni o rendiconti; Dio, quando c’è di mezzo un uomo che soffre, è dalla sua parte, perché quella sofferenza manifesta la stessa sofferenza del Padre che donò, e continuamente dona, il Figlio al mondo degli uomini. In questa prospettiva gli handicappati emergono come l’immagine della sofferenza di Dio, della sua passione di fronte alla creazione e ai mali che la sovrastano, della sofferenza cui è sottoposto in questo mondo l’amore. Si deve concludere, secondo questa lettura di Giovanni 9, 3, che Gesù pensa l’handicap come mandato direttamente e positivamente da Dio? Occorre pensare che Dio volontariamente pone al mondo alcuni esseri umani in stato di particolare sofferenza fisica o psichica perché siano segni della sua opera, che è la croce? Ma se fosse così, se vi fosse davvero questo tipo di legame tra l’handicap e la volontà di Dio, come poter giustificare le continue guarigioni di Gesù? I Vangeli mostrano sempre un atteggiamento nettamente contrario alla malattia. Gesù, non appena può, debella le malattie, sana, guarisce. Le guarigioni sono uno dei tratti caratteristici del suo ministero, come pure della missione che affida ai suoi discepoli. La malattia non è mai vista positivamente dai Vangeli. E’ piuttosto la sconfitta della malattia che indica la presenza di Dio. Il legame tra Dio e l’handicap è sì di tipo diretto, ma non nel segno di un Dio che lo distribuisce a chi vuole, bensì nel segno di un Dio che lo combatte. E chiaro, però, che a questo punto si apre il problema di come pensare il Dio creatore e il suo potere sulla creazione. Per ora, comunque, è già possibile assumere che l’handicappato porta stampato nel suo corpo il legame tra sofferenza e salvezza. Non ha le stigmate, è una stigmata vivente. Perché questo debba avvenire sulla pelle di bambini innocenti, lacerando come più non è possibile il cuore dei loro genitori, rimane inspiegabile. Inspiegabile, almeno fino a quando non si riesce a intravedere il motivo della necessità della sofferenza divina per la nostra redenzione. La necessità che Cristo ha dovuto affrontare, quell’ora a cui ha dovuto sottostare, è la stessa che si rivela nella carne del bambino innocente per sempre segnata dal male, fin dal primo istante in cui viene alla luce. (V. Mancuso, Il dolore innocente, pp. 140-146).