Fabio Eugeni

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75 soluzioni facili e geniali per semplificarsi la vita!

Se esistesse una bacchetta magica per risolvere tutti i problemi che quotidianamente ingarbugliano la nostra giornata, sicuramente saremmo tutti più …

L'ANTROPOLOGO SEMIR OSMANAGICH: "LA STORIA UMANA E' TUTTA UNA MENZOGNA E NE ABBIAMO LE PROVE INCONFUTABILI!"

<i>“La storia dell’umanità su questo pianeta è la più grande menzogna mai raccontata e scritta. Non vedo l’ora che la verità venga esposta e che i falsi</i> …

I terroristi di al-Qaida infiltrati in Siria dalle forze speciali statunitensi e dalla CIA

Tony Cartalucci, <i>Land Destroyer</i> 1 novembre 2013<p>Un recente articolo del <i>Daily Telegraph</i> rivela che l’esercito terrorista di <i>al-Qaida</i> usa un membro della …

10 cose che l'industria alimentare non vorrebbe farti sapere sui cibi confezionati I cibi confezionati di produzione industriale compromettono la nostra salute e ci espongono al rischio di carenze nutrizionali e di contrarre malattie croniche. All'interno del libro "The Body Ecology Diet: Recovering Your Health and Rebuilding Your Immunity", l'esperta di alimentazione Donna Gates spiega i dieci motivi per cui i cibi confezionati rischiano di rovinare la nostra alimentazione e di compromettere la nostra salute. Ecco dieci buone ragioni per evitarli e per preferire alimenti davvero naturali, magari biologici, coltivati da noi o preparati in casa a partire da ingredienti sani. 1) Creano dipendenza I cibi confezionati possono creare una vera e propria dipendenza. I processi industriali modificano o rimuovono importanti componenti contenuti negli alimenti usati come ingredienti, tra i quali troviamo acqua, fibre e sostanze nutritive. Ciò modifica il modo in cui il nostro organismo li digerisce e li assimila. A differenza degli alimenti naturali, che sono ricchi di tutti i componenti che ci permettono di sentirci sazi - proteine, grassi, carboidrati, fibre e acqua - i cibi industriali stimolano la dopamina, un neurotrasmettitore che ci fa avvertire una sensazione di benessere soltanto quando li mangiamo. In questo modo nascono il continuo desiderio di cibo e, a lungo andare, una vera e propria dipendenza. 2) Portano all'obesità I cibi industriali contengono additivi che sono stati correlati all'insorgere dell'obesità. Tra di essi troviamo il glutammato monosodico, lo sciroppo di glucosio-fruttosio derivato dal mais e i dolcificanti artificiali. Inoltre, i carboidrati raffinati presenti in vari prodotti, come cereali per la colazione e merendine, provocano un innalzamento rapido della glicemia e possono creare scompensi nell'organismo, fino all'insulino-resistenza, che come disturbo cronico può provocare un aumento di peso. 3) Inducono ad una dieta sbilanciata Consumare cibi industriali potrebbe causare carenze nutrizionali. I prodotti confezionati sono spesso troppo ricchi di grassi e zuccheri raffinati, e poveri di vitamine e sali minerali. A parere di esperti come il dottor Wayne Pickering, il consumo di cibi industriali non ci permette di rispettare le combinazioni alimentari più corrette. In alcuni casi ciò può provocare disturbi della digestione, formazione di microrganismi patogeni nell'intestino e acidificazione dell'organismo. 4) Scompensano la flora intestinale I microrganismi presenti nell'apparato digerente formano un vero e proprio ecosistema interno che influenza numerosi aspetti della nostra salute. I cibi industriali distruggono l'equilibrio di questo sistema, compromettendo la flora intestinale benefica e portando a problemi digestivi, fame improvvisa e malattie croniche. I microrganismi benefici della flora intestinale sopravvivono grazie a cibi integrali e naturali. Leggi anche: Intestino: 10 consigli per prendersene cura 5) Compromettono umore e memoria Sbalzi d'umore, problemi di memoria e persino alcuni casi di depressione possono essere dovuti ad un alimentazione scorretta basata sui cibi industriali. La maggiore concentrazione di serotonina, che è coinvolta nel controllo dell'umore e nella depressione, si troverebbe nel nostro intestino, non nel cervello. Ormai dovremmo sapere bene che proprio l'intestino è il nostro secondo cervello e che i due organi lavorano in sinergia. Ecco perché la salute intestinale può avere una profonda influenza sullo stato mentale, e viceversa. Mangiare i cibi sbagliati può compromettere le funzioni intestinali ed essere dannoso per il cervello, con un evidente impatto sull'umore, sulla salute psicologica e sul comportamento. 6) Spingono a mangiare di fretta e di più I prodotti confezionati sono considerati comodi perché sono subito pronti e rapidi da consumare quando siamo di fretta. Mangiare di corsa non è però una buona abitudine. Non ci permette di assaporare il cibo e ci porta a perdere il controllo dei segnali naturali che il nostro organismo ci invia, ad esempio per quanto riguarda la sazietà. Così si presenta la tendenza a mangiare di più e ad accumulare peso, per via della sensazione di essere sempre affamati. 7) Hanno etichette fuorvianti Un alimento confezionato può essere etichettato come "naturale" o "senza zucchero" ma ciò potrebbe non corrispondere a verità o comunque non essere sufficiente a considerarlo davvero salutare. Un prodotto che viene pubblicizzato come naturale - di per sé una definizione "vuota" per quanto riguarda i cibi confezionati - potrebbe comunque contenere ingredienti artificiali, conservanti, dolcificati industriali e residui di pesticidi. E' bene controllare sempre con attenzione l'elenco completo degli ingredienti sulle confezioni. 8) Le carni lavorate e conservate sono cancerogene Per carni lavorate e conservate intendiamo quei prodotti a base di carne ottenuti mediante lavorazioni complesse che prevedono l'aggiunta di sale, additivi chimici, conservanti, coloranti, grassi e aromi artificiali. Possono includere hamburger, wurstel, salsicce, hot dog e alcune tipologie di insaccati. Tra gli ingredienti più problematici che vengono impiegati per la loro preparazione troviamo i nitrati, sostanze che sono state correlate al rischio di cancro. 9) Incrementano il rischio di infertilità e malnutrizione I cibi industriali sono privi della maggior parte degli elementi nutritivi di cui il nostro organismo ha bisogno. Una dieta molto carente, nel giro di sole tre generazioni, può portare all'infertilità, in problema che è apparso in crescita proprio negli ultimi anni, con il peggioramento delle scelte alimentari della popolazione. Inoltre, secondo uno studio condotto di recente dall'Università di Harvard, il consumo di carni conservate peggiora la qualità dello sperma. 10) Accorciano la vita I prodotti industriali hanno una lunga vita sugli scaffali dei supermercati, per via dei loro ampi margini di scadenza, ma rischiano di accorciare la nostra, a causa del terribile cocktail di conservanti e additivi chimici che contengono. Purtroppo, l'industria alimentare investe ingenti somme di denaro per migliorare le confezioni dei prodotti e renderli accattivanti, oltre che per formulare ricette che permettano di prolungarne la durata, senza prendere in considerazione realmente il loro impatto sulla nostra salute. Marta Albè http://www.greenme.it/mangiare/alimentazione-a-salute/11633-cose-industria-cibi-confezionati

IL CONTINENTE NERO… CONTESO LA MISSIONE DI PECHINO IN AFRICA (articolo del 2010) UN IMPEGNO CONCRETO - È ormai nota una forte cooperazione sempre più crescente tra la Cina e parecchi Stati dell’Africa. Da almeno sei anni a questa parte, questo rapporto si è intensificato, a dimostrazione di un rapido sviluppo del ruolo di Pechino sul panorama internazionale. Eppure, nonostante alcuni rapporti ufficiali del Governo orientale e alcune indiscrezioni, come al solito, sappiamo molto poco di quanto sta accadendo nel Continente Nero. Questo silenzio strisciante e questa scarsità di comunicazione, è il terreno più naturale e fertile per l’emersione di vere e proprie mitologie e leggende, capaci di distorcere il quadro della realtà. In Occidente, sentiamo spesso parlare di una nuova “colonizzazione”, riferendosi ai progetti di investimento della Cina in Africa come ad un fenomeno superficialmente riconducibile ai parametri storici del colonialismo europeo del XIX secolo. In realtà, l’impegno cinese in queste zone del pianeta, va ben al di là di tutto questo e ancora una volta segue dei binari assolutamente singolari ed eterodossi rispetto alle logiche occidentali, tanto da stupirci, ponendoci di fronte ad una vicenda assolutamente inedita. Sgombrando il campo da equivoci e da esagerazioni, ad oggi l’impegno cinese in Africa coinvolge soprattutto Sudan, Sud Africa, Nigeria, Ciad, Niger, Mali, Tanzania e Kenya. Il viaggio compiuto dal Presidente Hu Jintao e dal Ministro degli Esteri Yang Jiechi nel febbraio del 2009, ha segnato una svolta decisiva nell’evoluzione della cooperazione tra Cina ed Africa, in un passaggio cruciale di questo momento storico. La crisi internazionale provocata dalla bolla speculativa, ha costretto, negli ultimi diciotto mesi, gli Stati Uniti ad un immediato tour de force in Asia, per assicurarsi nuovamente l’appoggio di quelli che sono stati i suoi riferimenti principali negli ultimi anni: Azerbaigian, Arabia Saudita, Turchia, Giappone, Taiwan e Corea del Sud. Il bilancio non è stato positivo, e alcuni di questi tentativi hanno incassato un “nì”, quando non addirittura un “no” a denti stretti. Questo viaggio “africano” di Hu Jintao, invece, è inizialmente transitato in Arabia Saudita, ed è proseguito in Mali, Tanzania, Senegal e Mauritius, andando ad ampliare l’obiettivo di Pechino anche alla costa occidentale dell’Africa[1]. Se, infatti, sino a due anni fa, l’impegno della Cina coinvolgeva soprattutto Paesi affacciati sulla costa orientale del Continente (Sudan, Kenya e Mozambico), negli ultimi tempi si è allargato anche alla Nigeria, al Ciad e al Mali, segnando un’importante evoluzione che sta letteralmente ingigantendo la presenza cinese. Nel dettaglio, il gigante asiatico investe nei più variegati settori di cooperazione: dal petrolio al gas naturale, dalle infrastrutture all’agricoltura, è la stessa essenza del sistema economico cinese a trovare realizzazione, con le debite differenze storiche e politiche, in Africa. Non si tratta, dunque, di una semplice cooperazione tattica, come alcuni analisti occidentali sostengono, ma di un vero e proprio sodalizio bilaterale, con forti basi politiche e culturali, che potrebbero benissimo essere ricondotte a quel mai sopito “terzomondismo” cinese, che rivive ancora oggi, malgrado l’apertura al mercato, nello sviluppo del socialismo di Mao Zedong e Deng Xiaoping. Ritenere che l’estensione della sfera di influenza di Pechino in Africa sia un prodotto recente, o addirittura essenzialmente legato alla “sete” di materie prime di una Cina in rapida espansione interna, sarebbe in ogni caso molto fuorviante, non soltanto perché la recente e rafforzata cooperazione tra i due attori geopolitici è il risultato di almeno dieci anni di lavoro e di incessanti rapporti internazionali, ma anche perché le massicce dosi di denaro che la Cina sta impegnando in Africa, stanno innescando un rapporto circolare che coinvolge beni concreti (infrastrutture, materie prime, agricoltura, sicurezza e stabilizzazione politica), nell’ambito di una politica di cooperazione che va lentamente cancellando quelle logiche finanziarie del Fondo Monetario Internazionale che, fino ad oggi, avevano ridotto molti Paesi Africani sul lastrico. IL DRAGONE GUIDA IL FRONTE DEI POPOLI IN CRESCITA Jiang Zemin è ancora Presidente quando, nella tre-giorni compresa tra il 10 e il 12 Ottobre del 2000, a Pechino, va in scena la Prima Conferenza Ministeriale del Forum per la Cooperazione Cina-Africa (Forum On China-Africa Cooperation, FOCAC), con l’intento di promuovere lo sviluppo e la crescita nei Paesi dell’Africa, in un comune cammino di innalzamento delle condizioni di vita verso il benessere collettivo. Sono due i principi guida a muovere questo organismo inter-governativo: cooperazione pragmatica e bilateralità. Gli interessi coinvolti ricoprono un’area geografica impressionante e, ad oggi, gli Stati membri del Forum sono Cina, Algeria, Angola, Benin, Botswana, Burundi, Camerun, Capo Verde, Centro-Africa, Ciad, Comore, Congo belga, Congo (RDC), Costa d’Avorio, Gibuti, Egitto, Guinea Equatoriale, Eritrea, Etiopia, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Kenya, Lesotho, Liberia, Libia, Madagascar, Malawi, Mali, Mauritania, Mauritius, Marocco, Mozambico, Namibia, Niger, Nigeria, Rwanda, Sierra Leone, Seychelles, Senegal, Somalia, Sud Africa, Sudan, Tanzania, Togo, Tunisia, Uganda, Zambia e Zimbabwe[2]. Gli obiettivi erano chiari e lineari già dalle prime attività diplomatiche: lo sviluppo tecnologico e scientifico, l’introduzione di un’agricoltura moderna sostenibile, lo sradicamento della povertà e l’intensificazione nel volume di interscambio commerciale. L’ambizione non manca, certo, dalle parti di Pechino, tanto più alla luce dei dieci anni più importanti per la Cina sul piano della politica internazionale. Con la Quarta Generazione della classe dirigente del Partito Comunista, infatti, il colosso asiatico, ha visto l’avvio della necessaria fase di intensificazione dei rapporti multilaterali, e di una sua personale sfera d’influenza sul piano geopolitico, volta al duplice obiettivo di rispondere alla sempre più crescente domanda interna e di contenere gli effetti dovuti alle conseguenze planetarie del suo sviluppo. La Cina, infatti, non fa soltanto registrare un dato del PIL al 9,5% nel 2009, che la conferma Paese-guida nella pur precaria e frastagliata ripresa economica mondiale, ma segna un dato esplicitamente emblematico nell’alveo dell’importazione delle materie prime: già soltanto nel 2009, i dati relativi al petrolio hanno registrato un consumo nazionale pari a 8.2 milioni di barili al giorno, ed un dato di produzione di soli circa 3.9 milioni di barili al giorno, mentre i dati relativi al gas naturale, pur mantenendosi su scarti più ridotti, pongono comunque in evidenza una rilevante divergenza tra la produzione (82.94 miliardi di metri cubi annui) e il consumo (87.08 miliardi di metri cubi annui)[3]. L’impresa di mantenere questi standard di vita per una popolazione equivalente ad un sesto dell’intera popolazione mondiale ed innalzarli, per quella ridotta quota di popolazione ancora sotto la soglia di povertà, non potrà certo esimersi dal provocare evidenti ripercussioni in campo internazionale, sia dal punto di vista sociale, sia dal punto di vista economico. Per questo, la parola d’ordine a Pechino è ormai da molto tempo “sviluppo sostenibile”, dopo le parziali ubriacature degli Anni Novanta, allorquando vi fu una notevole espansione delle aree economiche lasciate alle regole del mercato. Hu Jintao ha saputo ripristinare un maggior controllo dello Stato (mai venuto meno nel suo ruolo essenziale in tutta la storia della Repubblica Popolare), facendo tesoro delle lezioni del passato e raccogliendo quanto di buono fu seminato dagli Anni Ottanta sino ad oggi. Sostenibilità in Cina significa dunque anche contenimento degli effetti scatenati da una crescita così importante del Paese: in chiave internazionale, i più immediati potrebbero essere proprio quelli che l’Occidente liberista ha dimostrato di non aver saputo tenere sotto controllo, privilegiando un sistema economico fondato sulla chiara illusione che il mercato potesse regolarsi da sé, senza consentire un rilevante e decisivo intervento e indirizzo politico da parte degli Stati. La pesante e massiccia immigrazione extra-europea ed extra-nordamericana è un evidente effetto di una reazione a catena, innescata dalle stesse politiche di gestione della fase di internazionalizzazione dei mercati occidentali, successiva alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Lo IOM (International Organization for Migration), stimava già nel 2008 che vi fossero circa 3,4 milioni di immigrati africani, irregolarmente giunti nei Paesi dell’Europa[4]. Il modello di sviluppo occidentale, rapidamente in ascesa dopo i primi Anni Novanta, malgrado alcuni apparenti successi nella prima fase, ha, in ultima istanza, lasciato irrisolte numerose questioni, prima fra tutte la povertà e il sottosviluppo di vaste aree nel mondo, tutt’altro che pacificate e stabilizzate dalla fine della contrapposizione della Guerra Fredda. È chiaro ed evidente che in un futuro prossimo venturo, saranno Cina e India a polarizzare l’attenzione economica e tecnologica mondiale, per lo meno per quanto riguarda l’Asia centro-meridionale, costringendo buona parte delle nazioni d’Occidente a ridimensionare notevolmente quello strapotere in campo internazionale che le illuse negli Anni Novanta. Nel complesso, in un periodo futuro di tempo compreso dai quindici ai trenta anni, potremmo vedere stravolti i rapporti geopolitici che abbiamo sin qui conosciuto, già solamente ipotizzando che due miliardi e duecento milioni di persone (popolazioni Cinese ed Indiana messe assieme) potrebbero modificare radicalmente il loro modus vivendi, passando complessivamente da sistemi semi-feudali a sistemi industrializzati conformati agli standard di vita attualmente presenti in Occidente, nell’arco di appena ottanta anni (dal 1949-1955, periodo in cui si concentrano i momenti decisivi della Rivoluzione Comunista in Cina e della progressiva liberazione nazionale dell’India dal colonialismo britannico, al 2029-2030). In questo quadro, il mantenimento di enormi sacche di povertà in Africa e in Sud America, con tutta probabilità provocherebbe un massiccio tentativo di fuga verso i nuovi centri della produzione e dello sviluppo, in virtù della posizione del tutto particolare della Cina, implicata nelle vie di passaggio tra le acque dell’Oceano Pacifico e quelle dell’Oceano Indiano. La Cina sembra voler proprio avviare un percorso diametralmente opposto a quello intrapreso nel passato dall’Occidente, per fornire una grande e storica occasione a tutta l’Africa, contenendo le pesanti ripercussioni che un’immigrazione selvaggia e senza regole provocherebbe nel quadro politico del gigante asiatico. Contenere in questo caso, non significa reprimere indiscriminatamente ogni flusso di migranti, proprio in virtù del fatto che, in base a questa saggia politica internazionale, ad essere colpite non sarebbero le ripercussioni finali (sbarchi, ingressi e integrazione) ma le stesse motivazioni ancora oggi alla base della tragedia umana, sociale e politica costituita dall’immigrazione (povertà, miseria e conflitti inter-etnici). L’Oceano Indiano è chiuso e molto circoscritto: l’Africa è molto vicina all’Asia e la grande linea di comunicazione strategica marittima che va dal Golfo di Aden allo Stretto di Malacca, oltre ai grandi cargo commerciali, vede anche transitare disperate imbarcazioni di uomini e donne in cerca di un po’ di fortuna. Dunque è la Cina a giocare d’anticipo e a cominciare a far valere la sua impressionante potenzialità economico-finanziaria, mettendola a disposizione di uno sviluppo sostenibile sul piano nazionale e condiviso sul piano globale. A questa immensa sfida internazionale, sembra aver iniziato a rispondere il Programma d’Azione di Addis Abeba 2004-2006, stilato, sotto l’egida di Wen Jiabao e di alcuni Presidenti delle nazioni africane, nel dicembre 2003, a seguito della Seconda Conferenza Ministeriale del FOCAC, tenutasi proprio in Etiopia. In base a questi accordi, la Cina si era tra l’altro impegnata a proseguire nell’opera di assistenza ai Paesi Africani membri del Forum, ad aumentare a 100.000 unità il personale cinese impegnato in Africa in vari settori di sviluppo, ad aprire il proprio mercato e a decurtare alcuni dazi per i Paesi più sviluppati tra quelli membri del Consesso inter-governativo, oltre ad iniziative congiunte in ambito turistico e culturale[5]. In quell’occasione fu proprio il Primo Ministro della Repubblica Popolare a sottolineare come a soli tre anni dalla nascita del Forum inter-governativo, l’interscambio tra la Cina e i Paesi Africani membri del FOCAC, fosse aumentato del 20%, e come oltre cento nuove imprese cinesi fossero al lavoro in Africa nell’ambito della cooperazione, dello sviluppo energetico e dell’innovazione tecnologica e infrastrutturale. Tuttavia, il dato più impressionante era quello legato alla situazione economica: il Governo Cinese aveva contribuito in maniera determinante ad estinguere il debito di ben 31 Paesi Africani, per un impegno totale di 10.5 miliardi di yuan[6]. “Noi affermiamo che le diversità del pianeta debbano essere rispettate e mantenute, che tutti i Paesi del mondo, grandi o piccoli, ricchi o poveri, forti o deboli, debbano rispettarsi l’uno con l’altro, trattare ognuno di loro allo stesso modo e vivere in pace a concordia l’uno con l’altro, e che le diverse civiltà e modi di sviluppo dovrebbero basarsi su reciproche esperienze, promuovendo l’una con l’altra e coesistendo in armonia”[7]. È con questa affermazione, contenuta all’interno della Dichiarazione di apertura del consesso, che si è avviata, sotto i migliori auspici, anche la Terza Conferenza Ministeriale del FOCAC, nella due-giorni del 4-5 Novembre 2006, proprio a Pechino, che ha visto coinvolti ben 48 Paesi. Il bilancio dei primi sei anni ha evidenziato risultati molto importanti e di buon auspicio per il futuro, tanto che la Cina si è ulteriormente impegnata con altre facilitazioni di natura economica e commerciale, volte ad un rapido sviluppo agricolo, assistenziale, educativo, tecnologico e infrastrutturale per l’Africa[8]. L’impegno prosegue, e nel Novembre del 2009, è proprio la Quarta Conferenza Ministeriale del FOCAC, tenutasi presso l’imponente sede di Sharm El Sheyk, a fissare un impegno fondamentale, che vede la Cina protagonista: oltre ad un incremento del Fondo d’Investimento per l’Africa, proposto da Pechino, sino a 3 miliardi di dollari[9], la presenza del contributo strategico di Hu Jintao all’interno dell’ordine del giorno dei lavori, è ben visibile dai contenuti di un testo introduttivo che, rispetto al passato, pone tra i punti prioritari, la stabilizzazione politica e la sicurezza interna ai Paesi Africani, specie in un indiretto riferimento a tutte quelle aree del Sudan, della Nigeria, del Niger, della Mauritania, del Mozambico e della Somalia, dove spesso persistono drammatici conflitti etnici. L’impegno di Pechino in questo senso è sempre sembrato molto forte, ma è proprio quando la tela cooperativa, in termini energetici e commerciali, è giunta ormai ad una prima fase di completamento, che si richiede una maggior stabilità interna, laddove, sempre con più forza, le destabilizzazioni potrebbero essere ricomprese nell’ambito di confronti geopolitici molto più ampi e di presumibili scenari da nuova Guerra Fredda, direttamente trasportati all’interno dell’incolpevole Continente Nero. UNA “GUERRA FREDDA” IN AFRICA Sono soprattutto le controversie legate al Sudan, a montare polemiche molto rilevanti nel confronto internazionale. Nel 2004, osservatori occidentali accusavano la Cina di aver affossato il pacchetto di risoluzione già preparato dall’Onu contro il Sudan, annoverato tra gli Stati-canaglia dall’amministrazione George Bush nel 2002, per scopi di convenienza commerciale, dal momento che la Cina aveva già investito circa 1,5 miliardi di dollari nel Paese, costruendo pozzi petroliferi, 600 km di oleodotti, raffinerie e porti[10]. - Sudan – il Sudan è il sesto motore petrolifero d’Africa, con una capacità di produzione stimata in 457 migliaia di barili al giorno[11]. Gli investimenti energetici della Cina sono ingenti, tanto che in Sudan, il gigante d’Asia riesce a soddisfare il 7% della sua domanda interna. La polemica umanitaria è scoppiata da diversi anni in Occidente, specialmente per quanto riguarda il Darfur, una regione occidentale del Paese africano, che ancora oggi è in guerra alla ricerca di un’indipendenza definitiva da Karthoum, e il Sud Sudan. Pur pescando a piene mani da rivalità e ostilità storiche tra la popolazione nera indigena (maggioranza nel Darfur) e la popolazione di origine araba (maggioranza nel resto del Sudan), si è arrivati ad una vera e propria guerra solo a partire dal 2003, allorquando furono creati due movimenti politico-militari secessionisti, sospettati dal Governo di Karthoum di avere rapporti con Stati Uniti ed Israele. È opportuno notare che queste due regioni del Paese, sono le più ricche di petrolio, e risulta evidente che il Presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir, rientri nella sfera di protezione di Pechino, interessata alla stabilizzazione dell’integrità nazionale, attraverso un’opera di mediazione che, pur presente, ovviamente non può prescindere dalla legittimità e dalla sovranità politica, indiscutibile sino a prova contraria, del Governo del Sudan. Recentemente è stata la stessa Pechino a tacciare di inattendibilità e falso un rapporto dell’Onu, che vedrebbe la Cina coinvolta nell’armamento delle truppe governative contro i movimenti indipendentisti. L’espansione a macchia d’olio della Cina in Africa, ha comunque dato luogo ad un dissesto totale degli equilibri imposti per anni dal Fondo Monetario Internazionale e dalle compagnie petrolifere statunitensi, inglesi ed europee, alla maggior parte di queste nazioni, spesso assolutamente inerti di fronte ad una decolonizzazione praticamente solo formale. Non soltanto la presenza di colossi occidentali come Total e Shell, fortissima soprattutto nella fascia occidentale africana e nelle zone meridionali, viene oggi pesantemente ridimensionata dalla presenza cinese, ma è la stessa influenza occidentale sulle complesse vicende politiche ed economiche e sulle complicate leadership emerse negli ultimi venti anni in queste regioni, a rarefarsi quasi completamente. In ogni caso possiamo suddividere l’azione di cooperazione per ora più forte, tra la Cina e l’Africa, in tre aree geopolitiche ben definite. Fascia Nord-Occidentale - Nigeria – Con un dato impressionante di produzione di ben 2,353 migliaia di barili al giorno (petrolio) e di 27,72 miliardi di metri cubi annui (gas), la Nigeria è il vero motore energetico dell’Africa: sono soprattutto le aree di Obiafu, Omoku, Umuobo e Olomoro a costituire i principali siti di estrazione. Situato sulla costa occidentale, questo Paese è stato, purtroppo, vittima, fino a pochi anni fa, di un vero e proprio teatro di guerra civile permanente, tra tentativi di democratizzazione e golpe militari, in un drammatico scenario di evidente impoverimento sociale e di destabilizzazione politica. Dopo i dissesti militari degli Anni Ottanta e Novanta, la Nigeria è tornata, da alcuni anni, ad avere un proprio ordinamento costituzionale, che ne fa una Repubblica Federale suddivisa in Stati interni. Tutto questo ovviamente ne rafforza, in certi zone, pesanti rivendicazioni secessioniste, soprattutto per quel che riguarda il Delta del Niger. La Cina ha da poco rafforzato la sua presenza, con un accordo siglato circa sei mesi fa, che prevede un contratto firmato alla pari da Nigerian National Petroleum Corporation e China State Construction Engineering Corporation, dove l’investimento, valutato in ben 23 miliardi di dollari, delle compagnie di Stato della Repubblica Popolare è volto alla costruzione di raffinerie all’interno del Paese, per migliorare la produzione e la distribuzione interna e per abbattere i costi di importazione del prodotto lavorato[12]. - Niger – Forte della sua rilevante estensione spaziale, ed incuneato tra la Nigeria, il Ciad, il Mali, la Libia e l’Algeria, il Niger ricopre la fascia geografica del Sahara che vede il passaggio dalle zone desertiche alle zone centrali e fluviali, confermandosi un pivot di assoluta importanza strategica e commerciale all’interno del Continente. Destabilizzato ancora una volta dopo l’ultima deposizione del Presidente Tandja Mamadou nel febbraio 2010, e ancora insabbiato nelle secche di una povertà drammatica, questo Paese non gode di primati energetici come alcuni dei suoi più noti vicini, ma risulta assolutamente fondamentale nella misura in cui la Cina intenderà intensificare la sua rete di cooperazione, coinvolgendo quanto meno le due zone – nord e centro – della fascia occidentale del Continente. Il volume di affari tra i due Paesi è notevolmente cresciuto in pochi anni, sino a giungere, nel 2005, a 34 milioni di dollari[13]. La situazione, dopo il cambio al vertice delle istituzioni, è incerta, ma gli investimenti cinesi in questa regione sono ancora notevoli. - Mali – proseguendo nella dorsale nord-occidentale dell’Africa, è il Mali ad aver attratto l’attenzione di Pechino. Qui, al contrario delle vicine Nigeria ed Algeria, non vi sono primati energetici, bensì eccellenze legate all’agricoltura e alla lavorazione del cotone. La ricerca della risposta ad un fabbisogno alimentare e ad una seria autodeterminazione nazionale ha ricoperto tutto il periodo della seconda metà del Novecento: dopo il fallimento del programma simil-marxista di Keita negli Anni Sessanta, e i seguenti golpe di matrice militare, il Pan-Africanismo non sembra essere del tutto scomparso, e, in un contesto sicuramente più democratico, l’unità e l’alleanza continentale dinnanzi alle principali questioni sociali dell’Africa, restano i primi obiettivi del Governo del Presidente Amadou Touré. Il rapporto bilaterale tra le due nazioni risale all’era di Mao Tse Tung, e già prima della nascita del FOCAC, l’interscambio tra Cina e Mali aveva prodotto diverse collaborazioni in termini assistenziali. Nel solo 2008 il volume di affari tra i due Paesi ha raggiunto i 200 milioni di dollari, e coinvolge soprattutto lo sviluppo tecnologico integrato al settore primario[14]. Resta il problema della destabilizzazione interna causato dalla conflittualità del secessionismo Tuareg. - Mauritania – affacciata sull’Atlantico, la Repubblica Islamica della Mauritania, rappresenta un partner abbastanza affidabile per Pechino sin dal 1965, nonostante rechi con sé il pesante e gravoso status di zona “border-line” tra Africa “arabizzata” (detta anche Maghreb) e Africa “nera”. Se fino al 2005, non si hanno note di estrazioni petrolifere all’interno di questo territorio, nel 2006 il Paese ha registrato una produzione di 31 migliaia di barili al giorno[15]. Il dato non è solo un emblematico indice della presenza di materie prime, fino ad allora ignote o non sfruttabili, ma è presumibilmente connesso agli investimenti della Cina negli anni precedenti che, proprio nel 2005, hanno toccato quota 78 milioni di dollari[16]. Pesano sul Governo di Nouakchott, pesantissime destabilizzazioni politiche, che negli ultimi anni hanno coinvolto l’ormai defenestrato Presidente Sidi Ould Cheikh Abdallah, deposto da un golpe militare partito dalle stesse fila del suo Governo. - Algeria – indubbiamente, con i suoi dati impressionanti, specie in riferimento alla produzione di gas naturale (96,63 miliardi di metri cubi annui) e alla produzione petrolifera (2,194 migliaia di barili al giorno)[17], è Algeri a confermarsi tra i principali attori strategici nella partita globale in Africa. La Presidenza Bouteflika (da molti considerato un delfino dell’ex Presidente Boumedienne), ha garantito, a partire dall’inizio del nuovo secolo, una prima vera e propria stabilità politica all’Algeria, dopo le tragedie degli Anni Novanta, allorquando un’ondata di integralismo islamico scaraventò il Paese in un clima feroce di contrapposizione. Nel 2004, l’Algeria ha concluso un fondamentale accordo con la Cina di Hu Jintao, dove fu stabilito l’inizio di una cooperazione strategica specifica che, già un anno dopo, aveva visto aumentare l’interscambio tra i due Stati fino a 1,77 miliardi di dollari[18]. Fascia Sud-Orientale - Tanzania – trasferendoci sulla costa orientale africana, dalle parti dell’immenso Lago Vittoria, sarà possibile comprendere nel dettaglio, gli obiettivi più recenti di Pechino: la Repubblica della Tanzania è relativamente giovane, almeno sul piano politico-amministrativo, e nasce sulla base della ridefinizione post-coloniale (tedesca e inglese), come l’unione tra il Tanganica e lo Zanzibar. Le potenzialità energetiche di questa regione non sono ancora note, poiché non sono state mai sfruttate, ma, secondo analisi morfologiche dei territori, soprattutto di quelli particolarmente montuosi, potrebbe contenere della autentiche riserve di minerali preziosi quali ferro, carbone e zinco, oltre a presumibili massicce riserve di uranio. La Cina, favorita anche da una stabilità interna assai rara e garantita dalla sostanziale preponderanza del vecchio Partito della Rivoluzione fondato dall’ex Presidente Neyerere, in questo caso è impegnata proprio nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture, tanto che a metà del 2010, ben 12,5 milioni di dollari sono stati riservati alla costruzione di un complesso in grado di produrre 300.000 tonnellate di cemento annue, nel tentativo di dare un definitivo impulso economico al porto di Kilwa e alla sua strategica regione[19]. L’azione della Repubblica Popolare Cinese è a tutto campo e coinvolge anche un contratto di oltre 63 milioni di yuan (pari a circa 9 milioni di dollari), per un centro di assistenza cardiaca, che sarà completato nel giro di poco più di un anno[20]. - Kenya – sospeso tra la Tanzania e la Somalia, lungo la dorsale della Rift Valley, il Kenya è un autentico snodo strategico tra le zone profonde dell’Africa e gli Stati affacciati verso le coste della Penisola Araba. Gli affari tra Pechino e Nairobi hanno già raggiunto i 475 milioni di dollari nel 2005 e coinvolgono soprattutto il settore terziario, in cui primeggia il turismo, che porta ogni anno diverse compagnie di viaggio cinesi a privilegiare questi luoghi. I vantaggi bancari nei prestiti garantiti da Pechino alle piccole e medie imprese autoctone (circa 50 milioni di dollari, con interessi variabili dal 3% al 7% in sei anni) per la modernizzazione tecnologica e infrastrutturale del Kenya, sono stati sottolineati dallo stesso Presidente Mwai Kibaki, che si è detto soddisfatto che il suo Paese sia ormai diventato il primo beneficiario di questo speciale Fondo Cinese per le Piccole e Medie Aziende destinato all’Africa[21]. - Mozambico – Un altro potenziale primato energetico, ancora ignoto, potrebbe essere quello legato al Mozambico, nazione costituita da una autentica striscia geografica verticale che si inoltra nel profondo Sud dell’Africa. Fino al 2004, i dati relativi alla produzione di materie prime erano pressoché nulli. Nel triennio 2004-2006, incredibilmente la produzione di gas naturale faceva, al contrario, segnare un dato in costante crescita che, seppur contenuto (1,34 – 2,23 – 2,67 miliardi di metri cubi annui[22]), evidenzia un campo vastissimo ancora in fase di esplorazione, e la presumibile mano cinese dietro questo improvviso sviluppo nel settore gasifero. La sua posizione, direttamente esposta sull’Oceano Indiano, rientra in quei requisiti fondamentali che stanno avvicinando sempre più il mercato asiatico all’Africa. Anche qui l’impegno di Pechino è notevole, e può avvalersi di una buona stabilità politica, ormai assestata dopo la guerra civile degli Anni Ottanta che vide contrapposte le due fazioni del Frelimo (socialista e filo-sovietico) e del Renamo (anti-comunista e filo-occidentale). Il Presidente Armando Guebuza (proveniente dalle fila del Frelimo) è oggi ampiamente riconosciuto come un leader misurato e capace di seguire una linea politica non ostile nei confronti dell’apertura al mercato. La Cina non ha perso tempo e, attraverso due banche nazionali (la Export-Import Bank e la Chinese Bank for Development), ha messo a disposizione 165 milioni di dollari per tre progetti da realizzare nel brevissimo termine, tra cui una grande centro di produzione del cemento a Sofala, il completamento dell’Aereoporto internazionale di Maputo, ed un impianto di raccolta e lavorazione del cotone a Magude[23]. - Mauritius – piccole e stanziate al largo della costa africana, le Isole Mauritius sono una delle mete turistiche più note nel mondo occidentale. Eppure, Port Louis resta ancora oggi un fondamentale approdo navale nelle grandi rotte commerciali dell’Oceano Indiano. La sua multi etnicità (oriundi indiani, pakistani, cinesi ed occidentali) è una componente tipicamente insulare, e la presenza di una discreta quota di cittadini di origini cinesi aiuta non poco i rapporti bilaterali tra i due Paesi. L’introito economico è derivato soprattutto dal turismo e dai servizi, tanto che la Cina aveva già investito 186 milioni di dollari nel 2005[24]. Stando a quanto affermato dalle principali autorità politiche, la Repubblica delle Isole Mauritius dovrebbe aprire ancora più al mercato la sua economia, attirando le mire di India e Cina. La posizione strategica, come passaggio quasi obbligato lungo le rotte principali dell’Oceano Indiano, ne evidenzia le potenzialità. Fascia meridionale - Zimbabwe – penetrando all’interno della zona più estrema dell’Africa Meridionale, troviamo lo Zimbabwe. Caratterizzata per molti anni dal nazionalismo a tinte marxiste di Robert Mugabe, questo Paese ha visto accendersi la miccia di uno scontro molto forte nel conflitto tra indigeni e coloni soprattutto negli Anni Settanta e Ottanta. Rimane ostile il rapporto con l’Occidente (addirittura a Mugabe è tutt’ora vietato l’ingresso in Europa e negli Stati Uniti) ma la situazione è oggi sicuramente più stabile, e la Cina può senz’altro intervenire in aiuto di un Paese col quale, già nel 2005, il giro d’affari raggiungeva quota 283 milioni di dollari[25]. L’impegno cinese con il Presidente Mugabe riguarda soprattutto il settore agricolo, dove la Chinese Development Bank ha garantito coperture facilitate e convenienti per la realizzazione di diversi progetti legati all’irrigazione e allo sviluppo tecnologico nel settore primario, così come stabilito nel grande piano redatto presso la Terza Conferenza Ministeriale del Forum Cina-Africa, a Pechino nel 2006[26]. - Sud Africa – Con dei dati in leggero calo negli ultimi anni, ma sostanzialmente notevoli, la produzione energetica del Sud Africa di Mandela, può vantare un mercato florido. Dopo le drammatiche vicende del colonialismo inglese e olandese e la triste fase della segregazione razziale, oggi il Sud Africa resta un Paese sospeso tra lo stridente sviluppo nelle enormi aree metropolitane e una miseria dirompente nelle aree ultra-periferiche. La Cina sta investendo tantissimo nel Paese, con un interscambio che nel 2005 si assestava intorno ai 7 miliardi di dollari[27], per una serie di relazioni bilaterali che vanno dallo sviluppo agricolo alle infrastrutture, ma che lasciano supporre anche altre aree produttive. Il Sud Africa è infatti un vero e proprio giacimento di uranio, che da moltissimi anni sta sviluppando un florido mercato fondato sull’estrazione in campo minerario, attirando ipoteticamente la Cina, sempre alla ricerca di una diversificazione dell’approvvigionamento energetico, che ovviamente non rinuncia certo alle centrali nucleari, evitando così le emissioni inquinanti e i costi ingenti del trasporto e della lavorazione, che le materie prime solitamente impongono. L’impegno cinese è dunque vastissimo e, pur riguardando principalmente queste zone particolari, si è nei fatti espanso a tutto il Continente, risvegliando l’attenzione occidentale, e di Washington che, allarmata e preoccupata per le crescenti relazioni tra il gigante orientale e l’Africa, cerca in ogni modo di contenerne la portata e l’ulteriore incremento. L’AFRICOM (Africa Command) è forse la risposta più preoccupante e decisiva del Dipartimento di Stato americano, al rapido sviluppo della sfera di influenza di Pechino nelle regioni dell’Africa. Pensato e progettato durante gli anni dell’amministrazione Bush, sull’onda idealistica della lotta al terrorismo globale (di cui Somalia, Eritrea, Marocco, Tunisia, Libia, Algeria, Mauritania sarebbero – secondo alcuni analisti occidentali – focolai latenti), questa taskforce con sede ufficiale a Stoccarda in Germania, si è, dal 2008, impiantata in numerose basi strategiche dell’Africa, ampliando, negli ultimi due anni, la presenza costiera attraverso l’apposita convezione African Maritime Law Enforcement Program (AMLEP). La visita di Obama ad Accra (Ghana) nel 2009, ha confermato gli impegni presi dall’intelligence atlantica, sostenendo l’importanza delle relazioni tra Stati Uniti d’America e Africa, nell’alveo del programma di sviluppo per i Paesi Africani[28]. Ritenendo nei fatti piuttosto propagandistico questo scopo dichiarato, alla luce dell’impoverimento evidente del Continente Nero negli anni della decolonizzazione e dei disastrosi risultati maturati sotto la gestione del Fondo Monetario Internazionale, è chiaro a tutti che lo scopo, implicito e malcelato, sia quello di contenere gli investimenti cinesi con la forza militare, da usare in caso di necessità. L’auspicio è ovviamente nella direzione esattamente opposta, ma tutto lascia supporre che questa fase stia nei fatti ponendo tutti i fattori geopolitici sufficienti a scatenare una nuova Guerra Fredda, pur su termini molto diversi rispetto al passato. Andrea Fais -------------------------------------------------------------------------------- [1] XINHUA, FM: Chinese president’s five-nation tour fruitful, 18 febbraio 2009 [2] FOCAC, Characteristics of FOCAC, 2006 [3] CIA WORLD FACTBOOK, Last report on China, 18 ottobre 2010 [4] IOM, Irregular Migration from West Africa to the Maghreb and the European Union: An Overview of Recent Trends, 2008 [5] FOCAC, 2nd Ministerial Conference – Conference Information, 2003 [6] FOCAC, 2nd Ministerial Conference – Speeches, 2003 [7] FOCAC, Beijing Summit and the 3rd Ministerial Conference, 2006 [8] ibidem [9] FOCAC, 4th Ministerial Conference – Documents, 2009 [10] ASIANEWS, La Cina contro le sanzioni Onu al Sudan per salvare il proprio petrolio, 19 ottobre 2004 [11] WORLD OIL&GAS REVIEW 2008, rapporto energetico, 2008 [12] ASCA, Petrolio: Cina Sigla Accordo Da 23 Mld $ Per 3 Raffinerie In Nigeria, 14 maggio 2010 [13] FOCAC, FOCAC ABC – Niger, 2009 [14] XINHUA, Chinese President starts state visit to Mali, 12 febbraio 2009 [15] WORLD OIL&GAS REVIEW 2008, rapporto energetico, 2008 [16] FOCAC, FOCAC ABC – Mauritania, 2009 [17] WORLD OIL&GAS REVIEW 2008, rapporto energetico, 2008 [18] FOCAC, FOCAC ABC – Algeria, 2009 [19] FOCAC, Tanzania: Chinese Plan U.S.$12.5 Million White Cement Plant in Lindi, 21 giugno 2010 [20] XINHUA, Tanzanian president lauds China’s assistance to his country, 31 marzo 2010 [21] XINHUA, Kenyan leader, head of Chinese bank discuss funding projects, 17 maggio 2010 [22] WORLD OIL&GAS REVIEW 2008, rapporto energetico, 2008 [23] XINHUA, Mozambique: Chinese Banks to Invest U.S.$165 Million, 18 giugno 2010 [24] FOCAC, FOCAC ABC – Mauritius, 2009 [25] FOCAC, FOCAC ABC – Zimbabwe, 2009 [26] XINHUA, Zimbabwe: Agriculture Demonstration Centre Nears Completion, 20 luglio 2010 [27] FOCAC, FOCAC ABC – South Africa, 2009 [28] GEN. W. WARD, United States Africa Command – Commander’s Intent 2010, 2010 http://andreafais.wordpress.com/2010/10/29/approfondimento-il-continente-nero-conteso/

Ecco perché le banche non hanno più soldi da prestarci Il ruolo delle banche è da sempre quello di ricevere denaro e di farlo fruttare prestandolo. Oggi, come sa chiunque ci abbia provato a chiederglielo, le banche il denaro non lo prestano più. Senza credito non ci può essere sviluppo. Senza credito le imprese soccombono e licenziano. Senza credito è impossibile per chiunque non sia “ricco di suo” creare un’attività. E siccome chi oggi è ricco di suo tra il rischio di un investimento e il comodo porto dei Bot preferisce certamente la seconda attività, comprendiamo perché la disoccupazione sia raddoppiata in soli 4 anni. Le banche non sono l’unico problema, però sono uno snodo centrale e sono una metafora della crisi Italiana dovuta alla capacità della classe politica di occupare lo spazio che dovrebbe essere di quella civile. Non importa se non funziona, l’importante è mantenere la poltrona. Il Fmi (non sarà il Vangelo, però i numeri li sanno leggere) ci dice che la causa di ciò è la sottocapitalizzazione delle nostre banche. In parole povere, vuol dire che se non hanno soldi non li possono prestare. Una banca che si trova in questa situazione ha una sola soluzione se vuole continuare a operare: chiedere ai suoi azionisti nuovi soldi. In Italia questo non è possibile. Non lo è perché, per quanto formalmente “privati”, tutti i maggiori istituti italiani sono propaggini del sistema politico. Quando 20 anni orsono il Tesoro decise di vendere la maggioranza delle azioni, per mantenere il controllo i politici italiani inventarono il trucco delle fondazioni bancarie, che mantennero la quota di controllo (sufficiente a nominare i manager). Fu una finta privatizzazione, perché a decidere chi comandava restava sempre la politica. E’ questo il motivo per cui le banche sono rimaste senza soldi; perché li hanno prestati non a chi li meritava, ma a chi il politico di riferimento ordinava. L’unica soluzione sarebbe, appunto, di chiedere ai soci di tirare fuori il grano. Ma se ciò avvenisse, le fondazioni perderebbero il controllo degli istituti perché non avrebbero il denaro sufficiente per coprire la loro parte, e la perdita del controllo significherebbe che i partiti non potrebbero più nominare i manager e questo il sistema non lo potrebbe accettare. Quindi preferiscono tirare a campare continuando a evitare di dirci che i soldi che hanno prestato non esistono più perché li hanno prestati agli amici degli amici, che se li sono pappati. Se si facesse pulizia nei conti, la quasi totalità delle nostre banche sarebbe fallita. Allora si preferisce prendere i soldi dei cittadini e “prestarli” alle banche; ma un prestito è un prestito quando esiste la possibilità che venga rimborsato, altrimenti si chiama regalo. I cosiddetti “Monti bond” che hanno salvato l’Mps appartengono a questa categoria. Non è questione di essere di destra o di sinistra per rendersi conto che ciò è assurdo. Esistono solo due soluzioni possibili a questa situazione. Se è il mercato a decidere, allora i soldi li devono tirare fuori i privati, guadagnandoci se son bravi e perdendoci se cattivi. Se invece siamo noi (lo Stato) a metterci il grano, è giusto che siamo noi a possedere le banche, quindi una sorta di ri-nazionalizzazione del sistema. A prima vista la soluzione più ragionevole è un mix delle due precedenti; lasciare ai privati quello che i privati possono salvare e fare intervenire lo Stato laddove ciò non è possibile. Per parare l’obiezione che già sento arrivare (ai privati il salvabile, al pubblico le carrette) ricordo che lo Stato è già garante del sistema bancario e che, in caso di fallimento, dovrebbe comunque intervenire a coprire il buco. All’obiezione di chi invece dice che riportare al Tesoro la proprietà non significa certo eliminare l’influenza della politica, rispondo che è vero ma almeno esiste la speranza che a nominarne i vertici non sia il solito capobanda locale. (Marco Di Gregorio, “Perché le banche non hanno più soldi da prestare”, dall’“Huffington Post” del 7 ottobre 2013). Il ruolo delle banche è da sempre quello di ricevere denaro e di farlo fruttare prestandolo. Oggi, come sa chiunque ci abbia provato a chiederglielo, le banche il denaro non lo prestano più. Senza credito non ci può essere sviluppo. Senza credito le imprese soccombono e licenziano. Senza credito è impossibile per chiunque non sia “ricco di suo” creare un’attività. E siccome chi oggi è ricco di suo tra il rischio di un investimento e il comodo porto dei Bot preferisce certamente la seconda attività, comprendiamo perché la disoccupazione sia raddoppiata in soli 4 anni. Le banche non sono l’unico problema, però sono uno snodo centrale e sono una metafora della crisi Italiana dovuta alla capacità della classe politica di occupare lo spazio che dovrebbe essere di quella civile. Non importa se non funziona, l’importante è mantenere la poltrona. Il Fmi (non sarà il Vangelo, però i numeri li sanno leggere) ci dice che la causa di ciò è la sottocapitalizzazione delle nostre banche. In parole povere, banca sportellovuol dire che se non hanno soldi non li possono prestare. Una banca che si trova in questa situazione ha una sola soluzione se vuole continuare a operare: chiedere ai suoi azionisti nuovi soldi. In Italia questo non è possibile. Non lo è perché, per quanto formalmente “privati”, tutti i maggiori istituti italiani sono propaggini del sistema politico. Quando 20 anni orsono il Tesoro decise di vendere la maggioranza delle azioni, per mantenere il controllo i politici italiani inventarono il trucco delle fondazioni bancarie, che mantennero la quota di controllo (sufficiente a nominare i manager). Fu una finta privatizzazione, perché a decidere chi comandava restava sempre la politica. E’ questo il motivo per cui le banche sono rimaste senza soldi; perché li hanno prestati non a chi li meritava, ma a chi il politico di riferimento ordinava. L’unica soluzione sarebbe, appunto, di chiedere ai soci di tirare fuori il grano. Ma se ciò avvenisse, le fondazioni perderebbero il controllo degli istituti perché non avrebbero il denaro sufficiente per coprire la loro parte, e la perdita del controllo significherebbe che i partiti non potrebbero più nominare i manager e questo il sistema non lo potrebbe accettare. Quindi preferiscono tirare a campare continuando a evitare di dirci che i soldi che hanno prestato non esistono più perché li hanno prestati agli amici degli amici, che se li sono pappati. Se si facesse pulizia nei conti, la quasi totalità delle nostre banche sarebbe fallita. Allora si preferisce prendere i soldi dei cittadini e “prestarli” alle banche; ma un prestito è un prestito quando esiste la possibilità che venga rimborsato, altrimenti si chiama regalo. I cosiddetti “Monti bond” che hanno salvato l’Mps appartengono a questa categoria. Non Marco Di Gregorioè questione di essere di destra o di sinistra per rendersi conto che ciò è assurdo. Esistono solo due soluzioni possibili a questa situazione. Se è il mercato a decidere, allora i soldi li devono tirare fuori i privati, guadagnandoci se son bravi e perdendoci se cattivi. Se invece siamo noi (lo Stato) a metterci il grano, è giusto che siamo noi a possedere le banche, quindi una sorta di ri-nazionalizzazione del sistema. A prima vista la soluzione più ragionevole è un mix delle due precedenti; lasciare ai privati quello che i privati possono salvare e fare intervenire lo Stato laddove ciò non è possibile. Per parare l’obiezione che già sento arrivare (ai privati il salvabile, al pubblico le carrette) ricordo che lo Stato è già garante del sistema bancario e che, in caso di fallimento, dovrebbe comunque intervenire a coprire il buco. All’obiezione di chi invece dice che riportare al Tesoro la proprietà non significa certo eliminare l’influenza della politica, rispondo che è vero ma almeno esiste la speranza che a nominarne i vertici non sia il solito capobanda locale. (Marco Di Gregorio, “Perché le banche non hanno più soldi da prestare”, dall’“Huffington Post” del 7 ottobre 2013). Articoli collegati http://www.libreidee.org/2013/10/ecco-perche-le-banche-non-hanno-piu-soldi-da-prestarci/

Mezza giustizia per il signor Giuseppe Casu Giuseppe Casu morì legato in un ospedale di Cagliari. Condannato il primario che nascose i reperti dell'autopsia [Natascia Casu e Gisella Trincas] giovedì 26 settembre 2013 Si è concluso con una condanna a 3 anni e 3 mesi per il primario di anatomia patologica dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari Antonello Maccioni, il processo d'appello per accertare le responsabilità nella morte di Giuseppe Casu. Casu è morto nel 2006 all'interno del reparto di psichiatria dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Nel processo sono stati coinvolti oltre un tecnico di laboratorio, condannato a un anno di reclusione ed due medici del reparto di psichiatria assolti entrambi dalla sentenza di primo grado, ora al vaglio del secondo grado di giudizio. Le accuse confermate in sede di appello a Maccioni sono di soppressione di parti di cadavere e favoreggiamento, in seguito alla sparizione di alcuni reperti autoptici appartenuti a Casu, i quali avrebbero potuto dare conferma o meno della causa di morte effettiva. Nessunno risulta colpevole del trattamento inumano e della morte del signor Casu. Ecco perché pubblichiamo una lettera con cui il comitato Verità e giustizia esprime tutto il suo sconcerto. Quello di Giuseppe Casu, caso tutt'altro che isolato, iporta alla mente le centinaia di cittadini che ogni anno vengono sottoposti a trattamenti sanitari obbligatori e spesso internati nei locali OPG, a cui sovente viene applicato il controverso metodo della contenzione; in Italia ancora oggi ben 1500 persone sono ricoverate in strutture sanitarie-detentive che tolgono al paziente la dignità e a volte persino la vita. di Natascia Casu e Gisella Trincas* Esprimiamo sconcerto e preoccupazione per l'esito del processo d'appello sulla vicenda del Signor Giuseppe Casu. Il Signor Giuseppe Casu è morto in un servizio pubblico ospedaliero (SPDC di Cagliari), mentre si trovava da 6 giorni legato, in un letto, mani e piedi. Ad oggi, non risulta alcun colpevole per la morte di un uomo di 60 anni che entra sano in un ospedale pubblico che avrebbe dovuto tutelare la sua vita e la sua salute. La contenzione non è un atto medico, come recita l'art. 1 della Legge 180/78 ".possono essere disposti dall'autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione.". La contenzione è una offesa alla dignità della persona che la subisce ed è sintomo di grave inefficacia ed inefficienza dei servizi che la adottano, come affermato all'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell' Uomo ".nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani e degradanti.". Noi non siamo giudici, siamo cittadini che usano o potranno usare i servizi di salute mentale e in questa veste un giudizio lo abbiamo emesso da tempo. La città di Cagliari, e le sue istituzioni, non possono non interrogarsi su tali vicende, non possono ignorare la morte di un uomo in condizioni inumane.La famiglia Casu continuerà a percorrere la strada giudiziaria, fino alla Cassazione e successivamente alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo. Si chiederà inoltre una audizione alla Commissione "Diritti Umani" del Senato. La violazione dei diritti umani è questione che riguarda tutti i cittadini e tutte le organizzazioni, e richiede una precisa presa di posizione affinché nessuno possa più subire, in nessun luogo, trattamenti disumani e degradanti. *del Comitato Verità e Giustizia per Giuseppe Casu e dell'Asarp la storia del signor Peppino su Reti-invisibili: http://www.reti-invisibili.net/giuseppecasu/ http://popoff.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=87199&typeb=0

Noi, fatti a pezzi dal rigore: ne avremo per decenni Ovunque si parla di ripresa economica dell’Europa e di uscita dalla crisi. Pura propaganda. In realtà il paziente è sempre in coma. Basta dare un’occhiata ai parametri chiave: lavoro, cresdito, Pil, finanza pubblica. La disoccupazione – vera piaga sociale – è ancora a livello “mostruoso” in diversi paesi decisivi – Italia, Spagna, Francia – per non parlare ovviamente della Grecia. La disoccupazione nella zona euro – osserva Paolo Barnard – rimane ai suoi massimi storici dalla creazione della moneta unica: «Si consideri che la disoccupazione è il peggior male economico esistente, proprio in termini di miliardi di euro andati in fumo ogni giorno, e nulla l’ha ancora minimamente scalfita». Attenzione: «Quando si è talmente sciagurati da permettere alla disoccupazione giovanile di arrivare a uno sconvolgente 40%, il danno arrecato sarà per generazioni, non una cosa da qualche mese. Sarà un danno sistemico, incancellabile per decenni». La cosiddetta ripresa del settore manifatturiero, l’unica di cui si parla – strombazzandola come antipasto della “fine della crisi” – coinvolge in realtà Giovani: mai come oggi senza prospettive di lavorouna minuta parte dell’economia, e inoltre non sta affatto creando posti di lavoro: al contrario, rileva Barnard nel suo blog, le aziende continuano a licenziare. Stessa musica sul fronte creditizio: «Le banche europee sono esposte a mutui cosiddetti “marci” (impagabili) per almeno 1.000 miliardi di euro. Un buco visibile dalla Luna, che le rende banche cosiddette “zombie”», cioè istituti di credito che non possono più svolgere il loro compito primario, che è prestare denaro all’economia.I rubinetti continueranno a restare asciutti, e questo prolungherà la sofferenza delle aziende, fino a stritolarle – come in realtà sta avvenendo da tempo. «Le Austerità imposteci dall’Eurozona ci hanno aumentato le tasse e tagliato la spesa dei governi, ma questo ha soffocato l’economie, col risultato paradossale che i governi incassano meno tasse e devono spendere più soldi per pagare gli ammortizzatori sociali per le valanghe di disoccupati». Questo, continua Barnard, gli ha peggiorato i conti invece che migliorarli, Germania inclusa. E siccome le austerità sono ancora «un dogma sacro», il peggioramento continuo rimane garantito. «La crescita economica, che è il vero parametro da guardare assieme al tasso di occupazione, rimane ferma, debole e anemica». L’Europa arranca, sperando in micro-crescite dello 0,2-0,4%, con l’Italia del tutto ferma al palo. Ergo i consumi rimangono bassissimi, nonostante lo sia anche l’inflazione. Campeggiano i manifesti “Tutto sottocosto” di gruppi come Leclerc, grande distribuzione: «Fra un po’ ce la tirano dietro, la roba». In Grecia, addirittura, il governo ha autorizzato Paolo Barnardi supermercati a mettere in vendita i prodotti scaduti, perché la gente non si può permettere i prezzi di quelli freschi. Gli investitori finanziari, «dai quali per colpa dell’euro noi dipendiamo per vivere», queste cose le sanno benissimo. E infatti i nostri titoli di Stato si vendono ancora a tassi d’interesse (che loro decidono) pressoché inaccettabili: quasi al 5% il Btp, contro un tasso “sano” dell’1%, «alla faccia dell’insignificante spread».Ci sono analisti che prevedono addirittura un nuovo crollo europeo. «In ogni caso – conclude Barnard – se si continua a negare la gravità della distruzione economica e sociale che ci hanno inflitto le Austerità, sarà impossibile uscirne: perché non sapremo adottare i rimedi adeguati». E così tutte le altre devastazioni del cosiddetto rigore dei conti. «Quanto credete che ci vorrà a riparare le voragini lasciate da fallimenti aziendali nell’ordine di 150.000 all’anno?». http://www.libreidee.org/2013/09/noi-fatti-a-pezzi-dal-rigore-ne-avremo-per-decenni/

Dracena: ecco perché conviene tenere in casa il tronchetto della felicità Quanti di voi hanno una Dracena ad abbellire il proprio salotto? Ma non tutti sanno che questa comune pianta di appartamento nasconde parecchie proprietà. Non è un caso che il nome di "Dracaena" derivi dal greco "drakaina = drago" (riferendosi alla Dracaena draco, un albero sempreverde subtropicale) e che le popolazioni delle isole Canarie gli attribuissero proprietà magiche. La Dracena, infatti, produce una resina che diventa subito rossa e con questo "sangue di drago" maghi, alchimisti e guaritori curavano emorragie, ferite, piaghe e lebbra. E non solo: col "sangue di drago" si tingevano utensili e attrezzi vari e si rimediava alla ruggine. Proprietà della Dracena Le più note specie di Dracena utilizzate come piante di appartamento oggi sono la Dracaena braunii, la Dracaena deremensis, la Dracaena fragrans, la Dracaena godseffiana e la Dracaena marginata. Ormai è risaputo che anche l'aria che respiriamo in casa è un piccolo concentrato di sostanze tossiche di diversa origine: oltre ai prodotti chimici, interni o esterni, a formare l'inquinamento dell'aria interna contribuiscono anche piccoli organismi, come pollini o scaglie cutanee. In alcuni casi si parla addirittura di sindrome dell'edificio malato, che comporta una serie di disturbi, lievi e meno lievi, che possono colpire chi sta molto in casa o in ufficio. Mal di testa e bruciore agli occhi, nausea e perdita di concentrazione: una pianta fresca di Dracena potrebbe risolvere questi inconvenienti! La Dracena è nota anche per la sua capacità di assorbire anidride carbonica, mentre emette ossigeno fresco e più ossigeno si ottiene nel nostro corpo, più aumenta la concentrazione e la produttività. In più, la pianta della Dracena è in grado di controllare l'umidità all'interno di una stanza evitandoci, quindi, innumerevoli acciacchi. Le piante appartenenti al genere Dracaena, inoltre, rimuovono il benzene (in circolazione, per esempio, a causa del fumo di sigarette), la formaldeide (usata nella produzione di asciugamani, panni di carta, lacche e vernici), il toluene (usato come sostituto del benzene sia come reattivo che come solvente e quindi impiegato per sciogliere resine, grassi, oli, vernici, colle, coloranti e altri composti) e lo xilene (utilizzato come solvente nella stampa e per la lavorazione delle gomme e del cuoio). Sostanze, queste, tutte accusate di procurare, tra gli effetti più blandi, asma, giramenti di testa, sonnolenza, aumento del battito cardiaco, tremori e irritazioni cutanee. Ultimo ma non meno importante, avere una Dracaena all'interno della vostra stanza vi aiuterà a ridurre lo stress, l'ansia, la tristezza e a sbarazzarvi di quella stanchezza mentale che vi attanaglia alla sera. Vi sentirete meglio e la vostra camera si riempirà di positività! Uno studio spagnolo del 2009, infine, ha prospettato l'impiego di estratti ottenuti dalla pianta nella preparazione di prodotti cosmetici, dietetici e nutrizionali mettendo in luce le proprietà idratanti, elasticizzanti, restituivi della cute, protettive da esposizione al sole e proprietà battericide [e antinfiammatorie], tanto che è stata utilizzata pure in dentifrici e deodoranti. Controindicazioni La presenza di una Dracena in casa o in ufficio non comporta effetti collaterali perché non è tossica per l'uomo. Tuttavia, se avete un animale domestico, è necessario posizionare la pianta in un posto dove il vostro animale non possa raggiungerlo. Germana Carillo http://www.greenme.it/abitare/accessori-e-decorazioni/11262-dracena-proprieta

Il 10 settembre 1977 l’ultimo ghigliottinato di Francia L’ultimo decapitato è Hamida Djandoubi, tunisino accusato dell’omicidio e della tortura dell’ex Hamida Djandoubi - L’ultimo condannato a morte a essere giustiziato. E anche l’ultimo a essere ghigliottinato, con lo stesso meccanismo introdotto dal dottor Joseph-Ignace Guillotin nel 1789. Accadeva il 10 settembre del 1977 in Francia, solo 36 anni fa. Il decapitato che detiene il triste primato è Hamida Djandoubi, criminale tunisino accusato dell’omicidio e della tortura dell’ex fidanzata Elisabeth Bousquet. A eseguire la pena fu Marcel Chevalier, autore di 40 esecuzioni capitali. Djandoubi venne arrestato nelle primavera del 1973. Dopo il rilascio, adescò due ragazze obbligandole a prostituirsi per lui. Nel luglio del 1974, rapì la ex, Elisabeth Bousquet, e la torturò spegnendo numerose sigarette sul suo seno e i suoi genitali proprio davanti agli occhi terrorizzati delle altre due ragazze. Elisabeth riuscì a fuggire a piedi. Djandoubi la raggiunse e la strangolò. Quella stessa estate rapì un’altra ragazza ancora, che riuscì a scappare e a raccontare tutto alla polizia. Djandoubi apparve davanti al tribunale di Aix-en-Provence con l’accusa di tortura, omicidio e stupro. La sua difesa sostenne che il tunisino avesse sviluppato quella aggressività a causa della amputazione di una gamba subita sei anni prima in un incidente sul lavoro. Il 25 febbraio del 1977 venne condannato a morte, e il 10 settembre venne giustiziato con la ghigliottina. Djandoubi fu l’ultimo giustiziato a morte, non l’ultimo a essere condannato. Dopo di lui non ci furono altre esecuzioni capitali. La pena di morte in Francia venne abolita nel 1981 dopo l’elezione di François Mitterrand La storia di Hamida Djandoubi è stata raccontata nel libro When the Guillotine Fell, dello scrittore canadese Jeremy Mercer. http://www.linkiesta.it/hamida-djandoubi-ghigliottina#ixzz2eWHFyIDo

Chi fondò l’Arcigay? Don Marco Bisceglia. E questa è la sua (straordinaria) storia

Ai tanti che non lo hanno mai saputo potrà sembrare un’assurda fantasia, ma è semplicemente un fatto: l’Arcigay è stata ideata da un prete. Sì, …

UN SISTEMA PER SALVARE IL MONDO COME PIACE AI BANCHIERI. ADESSO TOCCA ALLA SIRIA ! ELLEN BROWN (counterpunch.org) - "I poteri del capitalismo finanziario avevano un obiettivo più ampio, niente meno che la creazione di un sistema globale di controllo finanziario in mani private, in grado di dominare il sistema politico di ciascuna nazione e l’economia mondiale nel suo complesso." Prof. Caroll Quigley, Georgetown University "Tragedy and Hope" (1966) In un mondo alla rovescia dove governano i banchieri , Larry Summers sembra essere proprio il nome giusto per vincere a “ END GAME” In un articolo di agosto 2013 dal titolo " Larry Summers e il Memo Segreto di END GAME" Greg Palast ha fornito le prove che alla fine degli anni 1990 Wall Street e alcuni funzionari del Tesoro degli Stati Uniti idearono un piano segreto per far entrare il mondo bancario nel lucroso business dei derivati. Per riuscire a realizzarlo però serviva ammorbidire, non solo la normativa bancaria degli Stati Uniti, ma tutte le altre normative bancarie di tutti i paesi del mondo . Si scelse di far firmare, a tutte le nazioni, un accordo sui servizi finanziari che sarebbero stati controllati dalla World Trade Organization (OMC). Per giocare a " END-GAME " non bastava costringere i paesi-membri dell'OMC ad appoggiare il piano ma bisognava anche abbattere i governi di quei paesi che avrebbero rifiutato di aderire all'accordo. Alcuni paesi chiave, come Iraq , Libia , Iran e Siria, restarono fuori dal WTO. In questi paesi islamici , le banche sono in gran parte di proprietà dello Stato, e l’usura" – cioè qualsiasi prezzo richiesto per "l'utilizzazione del denaro" – è considerata peccato , se non delitto. E’ questo modo di pensare che ha reso questi paesi un ostacolo per il modello occidentale, dove chi presta denaro vuole averne un beneficio personale privato. Anche le Banche di proprietà pubblica sono una minaccia per il business della “pacchia dei derivati”, perché se i governi possiedono le proprie banche, non hanno bisogno di interest rate swap, di credit default swap o di investment-grade ratings di agenzie private, per avere i soldi per finanziare la propria gestione del sociale. La deregolamentazione delle banche è andata avanti secondo i piani previsti, e il governo – ha appoggiato e pasciuto le sorti di uno schema piramidale di più di 700 mila-miliardi di dollari USA. Una leva finanziaria tanto imponente (tanto imponente che un uomo normale non riesce a immaginare che significa una cifra del genere), senza nessuna regola e pericolosamente fuori controllo non ha retto quando, nel 2008, la banca d'investimenti Lehman Brothers è fallita, portandosi dietro una gran parte dell'economia globale. I paesi che sono riusciti a sfuggire all’ondata di fallimenti sono stati solo quelli che godevano di un modello bancario pubblico, fuori della rete bancaria internazionale . Non tutti questi paesi erano islamici. Il quaranta per cento delle banche a livello globale sono di proprietà pubblica . Sono in gran parte nei paesi del BRIC - Brasile, Russia , India e Cina , dove vive il quaranta per cento della popolazione mondiale . Anche questi paesi sono scampati alla crisi del credito del 2008, ma almeno hanno fatto il gesto di conformarsi alle regole bancarie occidentali. Cosa che non ha fatto la "canaglia" delle nazioni islamiche , dove l'usura era vietata dalla religione. Per far diventare “il mondo più sicuro per gli usurai”, questi stati canaglia dovevano essere riportati all’ovile con altri mezzi. Non essendosi piegati alla violenza economica , sono finiti nel mirino delle potenti forze armate Usa . Ecco alcuni dati a sostegno di questa tesi . Il Memo di “ End –game ” Nel suo articolo del 22 Agosto, Greg Palast ha pubblicato la foto di un memo del 1997 di Timothy Geithner ( Segretario per gli Affari Internazionali sotto Robert Rubin ) inviato a Larry Summers , allora Vice Segretario del Tesoro . Geithner titolò il memo "Negoziati END GAME- dell'OMC sui servizi finanziari " e chiedeva a Summers di prendere urgenti contatti con gli amministratori delegati di Goldman Sachs , Merrill Lynch , Bank of America , Citibank , e Chase Manhattan Bank , di cui forniva, per praticità, anche i numeri di telefono privati. Il gioco quindi consisteva nella deregolamentazione delle banche in modo che potessero scommettere sul nuovo lucroso gioco dei derivati Per arrivare a questo obiettivo, in primo luogo , bisognava abrogare il Glass -Steagall Act , la Legge del 1933 che alzò un muro tra le banche di investimento e quelle di deposito, proprio per evitare che i fondi dei depositanti servissero per i giochi d'azzardo delle banche. Ma il piano non voleva semplicemente deregolamentare le banche degli Stati Uniti . Tutti i controlli bancari dovevano essere eliminati anche nel resto del modo per evitare che il denaro potesse fuggire verso nazioni dove le leggi bancarie erano più sicure. "End-game " avrebbe dovuto raggiungere questa deregolamentazione globale per mezzo di un addendum oscuro –“ un Accordo sui servizi finanziari “ – che tutti dovevano rispettare perché previsto dagli accordi commerciali internazionali su cui vigilava la stessa OMC. Come ha scritto Palast : Fino a quando i banchieri non iniziarono il loro gioco, gli accordi dei trattati dell’OMC riguardavano semplicemente gli scambi delle merci, cioè, ti do la mia auto e tu mi dai le tue banane. Le nuove regole inventate da Summers e dalle banche avrebbero costretto tutte le nazioni ad accettare come pagamento dei "certificati" – che rappresentavano attività tossiche come i derivati finanziari. Fino a quando i banchieri non riscrissero la bozza del FSA, ogni nazione controllava e regolamentava le banche dentro i propri confini. Le nuove regole del gioco avrebbero costretto ogni nazione ad aprire i suoi mercati alla Citibank, a JP Morgan e a tutti i loro "prodotti derivati ". E tutte le 156 nazioni del OMC avrebbero dovuto abbattere qualsiasi separazione tra casse di risparmio commerciali e banche di investimento, quelle che giocano con i derivati. Il lavoro di trasformare la FSA in ariete dei banchieri ' stato dato a Geithner , che è stato nominato Ambasciatore presso l'Organizzazione mondiale del commercio. Membri dell'OMC sono stati indotti a firmare l'accordo con la minaccia di non aver più accesso ai mercati globali se avessero rifiutato , e tutti hanno firmato, tranne il Brasile . E allora hanno minacciato il Brasile con un embargo , ma la sua resistenza pagò tanto che fu la sola nazione occidentale a sopravvivere e prosperare durante la crisi del 2007-2009 . Mentre gli altri : Accettare il nuovo FSA fu come scoperchiare il vaso di Pandora che travolse tutto il mondo del commercio con i derivati. Tra le famigerate operazioni legalizzate: La Goldman Sachs (di cui il segretario al Tesoro Rubin era stato Co-presidente) mise in atto un piano segreto di swap in euro-derivati che, in ultima analisi, sono quelli che hanno distrutto la Grecia. In Ecuador, il settore bancario de-regolato e demolito, fece esplodere tumulti popolari. In Argentina dovettero vendere le compagnie petrolifere (agli spagnoli) e l’acqua pubblica (ad Enron), mentre i suoi insegnanti, licenziati, cercavano di trovare qualcosa da mangiare nei bidoni della spazzatura. Poi, i banchieri si eccitarono tutti e si buttarono a capofitto nella piscina europea dei derivati, senza nemmeo saper nuotare, ma adesso stanno vendendo il continente a pezzetti, per pochi centesimi alla Germania. Quelli che stavano fuori Questo per riassumere come sono andate le cose all'interno del WTO , ma Palast non ha parlato anche dei paesi che non erano membri del WTO, tra cui l'Iraq , la Siria , il Libano , la Libia , la Somalia , il Sudan e l'Iran . Questi sette paesi furono chiamati dal generale americano Wesley Clark (adesso in pensione) in una intervista a" Democracy Now " nel 2007 “stati canaglia” e furono presi di mira come governi da abbattere dopo l'11 settembre 2001. Clark disse che una decina di giorni dopo il 9-11 , un generale gli riferì che era stata presa la decisione di andare in guerra contro l'Iraq . Più tardi , lo stesso generale disse anche che si prevedeva di prendere sette paesi in cinque anni : Iraq, Siria , Libano, Libia , Somalia , Sudan e Iran . Ma che avevano in comune questi paesi ? Oltre ad essere islamici , non erano né membri dell'OMC né della Bank for International Settlements (BRI ) . Ma questi erano i motivi per cui potevano non rispettare le regole imposte dai più importanti banchieri delle banche centrali. In seguito anche altri paesi sono stati chiamati "Stati canaglia" e anche loro non erano membri del BRI come Corea del Nord, Cuba, e Afghanistan . L' organismo che oggi regola le banche si chiama “Financial Stability Board”( FSB) , e ha sede negli uffici del BRI in Svizzera. Nel 2009 , i capi dei governi del G20 accettarono i vincoli delle regole imposte dal FSB, formalmente per prevenire un'altra crisi bancaria globale . Le sue regole non sono semplicemente consultive ma vincolanti e possono creare o distruggere non solo banche ma anche intere nazioni . Di questo si ebbe una immediata dimostrazione nel 1989 , quando in base all’Accordo di Basilea furono aumentati i i tassi di interesse patrimoniale dal 6 % all'8% con il risultato di una forzata, drastica riduzione dei prestiti erogati dalle maggiori banche giapponesi , che erano allora i più grandi e potenti creditori del mondo. Erano tutte banche sotto-capitalizzate, come tutte le altre comunque, ma l'economia giapponese affondò insieme alle sue banche e deve ancora riprendersi da quel colpo . Tra le altre norme che dovevano cambiare le regole del gioco per mezzo del FSB c’è il Basilea III e le nuove regole “bail-in / butta-dentro”. Nel Basilea III è previsto di imporre norme patrimoniali paralizzanti per le banche pubbliche, le cooperative e le comunità in modo da costringerle ad essere vendute alle grandi banche multinazionali . Il modello " bail-in " è stato già sperimentato a Cipro dove si sono seguite le regole imposte dal FSB nel 2011. Le banche “troppo grandi per fallire “ hanno scritto il “testamento biologico " , con le ultime volontà delle stesse banche per evitare l'insolvenza, in caso di assenza di un piano di salvataggio del governo . La soluzione del FSB è di " bail in/ buttare dentro tutti" anche i creditori - inclusi i clienti che hanno visto i loro depositi trattati come azioni della banca, e quindi confiscati. L’ Alternativa delle Banche pubbliche I paesi che vivono sotto il giogo di un sistema bancario privato sono costretti a "riaggiustamenti strutturali" e all’ austerità se il loro debito pubblico diventa insolvibile . Ma alcuni paesi sono riusciti a non assoggettarsi a queste regole. In Medio Oriente proprio quei paesi etichettati come "nazioni canaglia." Le loro banche di proprietà statale possono emettere denaro per il fabbisogno di credito dello Stato per conto dello Stato stesso, utilizzando i fondi pubblici per un uso pubblico senza dover pagare enormi interessi a intermediari privati. Un garanzia statale generosa permette di erogare generosamente fondi per i bisogni della popolazione . Come la Libia e l'Iraq prima che fossero coinvolti nella guerra , la Siria offre istruzione gratuita a tutti i livelli e una assistenza medica gratuita. Esiste anche una edilizia convenzionata per tutti (anche se parte di questi programmi sono stati compromessi da un programma di aggiustamento strutturale imposto dal FMI nel 2006 e dalla presenza di circa 2 milioni di rifugiati iracheni e palestinesi ) . Anche in Iran esiste un programma di istruzione gratuita superiore e di assistenza sanitaria di base . Come la Libia e l'Iraq prima della caduta, le banche centrali di Siria e Iran sono di proprietà dello Stato ed emettono moneta sotto il controllo del governo . Resta da vedere se questi paesi riusciranno a mantenere la propria sovranità finanziaria e a resistere all’enorme pressione economica, politica e militare. Quanto a Larry Summers , dopo essere andato a fare il Capo, dalla Citigroup , è diventato uno dei maggiori benefattori della campagna del Senatore Barack Obama ed ha giocato un ruolo chiave nella deregolamentazione delle banche, quella che ha portato alla crisi attuale , quella che ha fatto perdere lavoro e casa a milioni di cittadini americani. Eppure Summers è il favorito del presidente Obama per la sostituzione di Ben Bernanke come Presidente della Federal Reserve . Perché ? Perché ha dimostrato di saper manipolare il sistema, tanto da rendere il mondo più sicuro per Wall Street , e in un mondo alla rovescia dove governano i banchieri , il suo sembra essere proprio il nome giusto per continuare a vincere a “ questo gioco” . Ellen Brown è un avvocato , presidente dell'Istituto bancario pubblico , e autore di dodici libri, tra cui il best-seller Web of Debt. In The Public Bank Solution, il suo ultimo libro , esplora con successo modelli bancari pubblici dal punto di vista storico e globale. I suoi siti web sono http://WebofDebt.com --http://PublicBankSolution.com --http://PublicBankingInstitute.org Fonte: http://www.counterpunch.org/ Link: http://www.counterpunch.org/2013/09/05/making-the-world-safe-for-banksters/ 6.08.2013 Traduzione per ComeDonChisciotte.org a cura di Bosque Primario http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=12298

Giulietto Chiesa sulla SIRIA : una storia che viene da lontano.ASCOLTATE !

Stoccolma. Il metrò costruito... ad arte di Arturo Cocchi Alla scoperta della Tunnelbana della capitale svedese. Dove ogni stazione è una piccola opera, tra affreschi, pitture e sculture. Sin dalla sua creazione, negli anni Cinquanta Metti una metropolitana estesa per 110 chilometri in una capitale che neanche sfiora il milione di abitanti. Falla funzionare fino a notte fonda, a orari proibitivi e proibiti (all'una nei feriali, nei weekend è addirittura nonstop) in capitali europee ben più popolose e imbottite di turisti (una a caso...?). E poi non limitarti a vagheggiare convogli puliti, un servizio efficiente, in altre parole una "qualità della vita" inusuale per questa tipolgia di servizio urbano, ma chiudi gli occhi e sogna stazioni decorate come opere d'arte, con tanto di colonne (simil)doriche e mosaici. Ad affiorare agli occhi e alla mente non sarà nulla di alieno: semplicemente una struttura e un'idea molto, ma molto scandinave. L'eden in questione è la Tunnelbana (letteralmente "via che passa attraverso la galleria"), il metrò di Stoccolma, nella quale, sin dai suoi primi anni di vita, negli anni Cinquanta, le stazioni sono state decorate da artisti famosi. Ad oggi, la quasi totalità delle 100 fermate è affrescata, colorata, impreziosita, da sculture e addobbi. Chi ha una minima conoscenza delle città nordiche e della loro filosofia "orientata al servizio", non si stupisce più di tanto. Stoccolma è pur sempre quella città dove, se chiedi un biglietto ferroviario A/R per una qualunque città svedese, ti vedi recapitare due tagliandi con dicitura identica, från Stockholm till Uppsala, letteralmente "da... a...". E se per caso chiedi quale sia l'andata e quale il ritorno, ti guardano con divertito stupore... (provare a entrare in Italia su un Milano-Roma con un Roma-Milano per credere...). Aggiungici il fattore Nord, gli ineluttabili umori del clima che anche nell'era del Global Warming rendono sconsigliabili o poco gradite le lunghe permanenze all'aperto nei mesi invernali, e la conseguente opera di fantasia che porta scandinavi e canadesi a creare spettacolari centri di aggregazione al coperto... E il gioco è fatto. Le immagini associate all'articolo provengono dalla stazione del Central Kungsträdgården. Ritraggono l'opera di Ulrik Samuelson, che oggi ha 78 anni e ha ridisegnato la stazione nel 1977. Ulrik, che ha al suo attivo mostre a Parigi e a New York, è via via diventato un vero e proprio specialista: ha progettato gli addobbi di altre fermate della subway. Ma Central Kungsträdgården rimane una delle sue preferite. L'ha trasformata in un paese delle meraviglie sotterraneo, un mix di colori, quasi psichedelico inframezzato qua e la da reminescenze classicheggianti, che altro non sono che i resti di un palazzo Seicentesco che un tempo dominava lo scenario soprastante l'attuale sottopasso. Dopo dieci anni, ha aggiunto al tutto statue e frammenti di un altro storico distretto della capitale svedese, che era stato demolito. La filosofia, appunto, è stata quella di rendere vivibile anche questa parte di Stoccolma, "diventata uno spazio molto importante nella vita degli abitanti", spiega Samuelson. "E' il nostro foro romano, foro di Stoccolma", spiega con orgoglio Johanna Malmivaara, una guida che porta gruppi di turisti nei sotterranei della metropolitana. (06 settembre 2013) Foto: http://www.repubblica.it/viaggi/2013/09/05/foto/stoccolma_arte_metropolitana-65952195/4/ Fonte: http://viaggi.repubblica.it/articolo/stoccolma-il-metr-costruito-ad-arte/228120

L'UNGHERIA EMETTE MONETA SENZA DEBITO Ronald L. Ray – Traduzione a cura di N. Forcheri L’Ungheria si libera dei vincoli dei banchieri Dopo che è stato ordinato all’FMI di abbandonare il paese, la nazione adesso stampa moneta senza debito L’Ungheria sta facendo la storia. Mai più dagli anni ’30 con il caso della Germania un paese europeo aveva osato sfuggire alle grinfie dei cartelli bancari internazionali controllati dai Rothschilds. Questa è una notizia stupenda che dovrebbe incoraggiare i patrioti nazionalisti del mondo intero ad intensificare la lotta per la libertà dalla dittatura finanziaria. Già nel 2011 il primo ministro ungherese, Viktor Orbán promise di ristabilire la giustizia sui predecessori socialisti che avevano venduto il popolo della nazione alla schiavità di un debito infinito con i vincoli del FMI (IMF) e lo stato terrorista d’Israele. Queste amministrazioni precedenti erano infiltrate da israeliani nelle alte cariche, in mezzo al furore delle masse che alla fine, in reazione, hanno votato il partito Fidesz di Orban. Secondo una relazione sui siti germanofoni del “National Journal”, Orbán si è accinto a scalzare gli usurai dal trono. Il popolare e nazionalista primo ministro ha detto all’FMI che l’Ungheria non vuole né richiede “assistenza” ulteriore dal delegato della Federal Reserve di proprietà dei Rothschild. Gli ungheresi non saranno più costretti a pagare esosi interessi a banche centrali private e irresponsabili. Anzi, il governo ungherese ha assunto la sovranità sulla sua moneta e adesso emana moneta senza debito e tanta quanto ne ha bisogno. I risultati sono stati nientemeno che eccezionali. L’economia nazionale, che vacillava per via di un pesante debito, ha ricuperato rapidamente e con strumenti inediti dalla Germania nazionalsocialista. Il ministro per l’Economia ungherese ha annunciato che grazie a “una politica di bilancio disciplinato” ha ripagato il 12 agosto 2013 il saldo dei 2,2 bilioni di debito all’FMI, prima della scadenza ufficiale del marzo 2014. Orbàn ha dichiarato: “L’Ungheria gode della fiducia degli investitori” che non vuol dire né l’FMI né la Fed o altri tentacoli dell’impero finanziario dei Rothschild. Piuttosto si riferiva agli investitori che producono in Ungheria per gli ungheresi, creando crescita economica vera, e non già la “crescita di carta” dei pirati plutocratici, bensì quel tipo di produzione che assume realmente le persone e ne migliora la vita. Con l’Ungheria libera dalla gabbia della servitù agli schiavisti del debito non c’è da meravigliarsi che il presidente della banca centrale ungherese gestita dal governo per il bene pubblico e non per l’arricchimento privato abbia chiesto all’FMI di chiudere i battenti da uno dei paesi più antichi d’Europa. Inoltre, il procuratore generale, ripetendo le gesta dell’Islanda, ha accusato i tre precedenti primi ministri del debito criminale in cui hanno precipitato la nazione. L’unico passo che rimane da fare per distruggere completamente il potere dei banksters in Ungheria, è di attuare un sistema di baratto per lo scambio con l’estero come esisteva in Germania con i nazional socialisti e come esiste oggi in Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, i cosiddetti BRICS, una coalizione economica internazionale. E se gli USA seguissero la guida dell’Ungheria, gli americani potrebbero liberarsi dalla tirannia degli usurai e sperare in un ritorno a una pacifica prosperità. Ronald L. Ray, autore freelance che risiede nel libero stato del Kansas, discendente di vari patriotti della Guerra americana di indipendenza. http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/

Libia. Dopo l’intervento Nato ora importa petrolio Sembra una barzelletta ma la Libia del post Gheddafi è oggi costretta a importare petrolio. La chiamano guerra per i diritti umani, nella realtà condanna intere nazioni alla povertà. Mentre il mondo si interroga su cosa accadrà in Siria e rimane con il fiato sospeso in attesa di una risoluzione ONU, la Libia permette di toccare con mano cosa succede ai Paesi che ricevono le “guerre giuste” della Nato. Il governo libico del post Gheddafi attualmente è del tutto incapace di gestire l’ordine pubblico connesso alla produzione petrolifera, che da sola assicura circa l’80% del PIL nazionale. Questo implica che Tripoli, incredibilmente, è stata costretta persino a importare petrolio. Un orribile paradosso che incarna in modo plastico le contraddizioni dell’Occidente e della loro volontà di controllare il mondo. E dire che la Libia pera il primo produttore del continente africano, ma per le forze dell’ordine è quasi impossibile controllare un territorio spezzettato e diviso da rivalità tribali e regionali.L’attacco militare alla Libia, guidato dalla NATO con la partecipazione di Arabia Saudita e Qatar, inizio’ nel marzo 2011 e si concluse solo nell’ottobre dello stesso anno, dopo il cruento assassinio del colonnello Muammar Gheddafi. Tutto quello che il Colonnello aveva impostato nel suo Paese è stato subito stroncato dalla Nato, e la stessa Nato su pressione francese ha mirato alla distruzione del governo di Gheddafi per puntare il suo petrolio, non certo alla difesa dei diritti umani violati. Anche in Libia peraltro i cosiddetti ribelli si sono macchiati di crimini vergognosi, del tutto ignorati dalla comunità internazionale. Ad oggi il materiale raccolto sui crimini di Gheddafi durante la “Primavera araba” (famose le foto delle fosse comuni) è stato smentito dagli stessi giornalisti di Al Jazeera chiamati al tempo ad obbedire alle direttive mistificatrici dell’Emiro del Qatar, padrone dell’emittente. Qualcuno però ha risarcito la verità? Nessuno, e oggi la Libia sanguina, costretta a importare quelle che sono le sue ricchezze primarie. Gheddafi, pochi lo sanno, è stato il fautore dagli anni settanta in avanti del boom economico del paese attraverso la nazionalizzazione del settore petrolifero e delle risorse energetiche. Solo dopo la crisi economica globale degli anni novanta il PIL libico ha subìto un calo, anche a causa delle sanzioni economiche imposte dall’ONU nel 1991. Dopo il suo brutale assassinio le potenze mondiali hanno ecretato la formazione di un governo debole, frutto del compromesso fra i liberali laici e gli islamisti affini ai Fratelli musulmani. Peccato che la stabilità sia un ricordo lontano dal momento che negli ultimi due anni Human Right Watch ha documentato circa 51 omicidi politici ad opera di milizie terroriste nelle sole città di Bengasi e Derna. Come se non bastasse le armi sono diffuse ormai in modo capillare e questo rende la situazione della Libia esplosiva. Basti pensare che la Cirenaica, uno dei luoghi più ricchi di petrolio, è attualmente in conflitto di interessi con la regione della Tripolitania, che è la sede del governo. La rivolta della Cirenaica è portata avanti sia sul fronte politico attraverso la richiesta di secessione, sia sul fronte bellicoso attraverso il lancio di scioperi selvaggi della produzione energetica. Tutto questo ha portato al crollo netto della produzione di petrolio, da 1,6 milioni di barili al giorno a meno di 100.000. Di conseguenza le esportazioni sono crollate del 70% costringendo Tripoli, udite udite, ad acquistare gasolio e olio combustibile dagli stati confinanti. Il personale energetico rappresentato dall’agenzia di sicurezza Petroleum facilities guard (PFG) continua a reclamare, oltre ad arretrati salariali, una maggiore fetta economica dal governo di Tripoli per la Cirenaica. La sua concerrente è la stata Noc, e ora esiste uno scontro diretto tra le due compagnie, con la PFG che è sotto pieno controllo degli ex ribelli antigheddafi, molti dei quali erano nell’orbita di Al Qaeda, e di conseguenza dei servizi segreti occidentali, gli stessi in azione in Siria, e con le stesse modalità. E’ quindi facile capire le motivazioni della guerra del 2011, motivazioni economiche, che hanno permesso alla Libia di venire scavalcata da concorrenti energetici globali dello schieramento avversario, vedi Arabia Saudita e Qatar. Ma anche motivazioni politiche, perchè eliminando Gheddafi volevano eliminare la variante “socialista” del mondo arabo, la stessa che si vuole spazzare via in Siria. http://www.tribunodelpopolo.it/libia-dopo-lintervento-nato-ora-importa-petrolio/

L’attacco chimico in Siria opera degli alleati degli Stati Uniti

<b>Prove contrarie emergono mentre gli USA vogliono punire il regime di Assad</b> <br>Jerome R. Corsi WND <i><br>Jerome R. Corsi, Harvard Ph.D., è un reporter di WND ed</i> …

"Vi racconto come il pensiero può farvi ammalare o guarire"

Una notte ho sognato che parlavi

• <b>Autore:</b> Gianluca Nicoletti<p>Queste pagine narrano la storia quotidianamente e banalmente vera di Tommy, un simpatico e riccioluto adolescente autistico. E del suo straordinario rapporto con il padre, Gianluca Nicoletti.<br>Di un bambino che a tre anni era tanto buono e silenzioso - forse persino troppo - …

Campania, la strage causata dai rifiuti tossici Cancri e veleni. La morte causata dal business della camorra in regione. E dal silenzio delle istituzioni. Il boss pentito Carmine Schiavone: «Abbiamo avvelenato la terra». Enzo Ciaccio - Il business più lucroso per la criminalità organizzata è stato e resta lo smaltimento dei rifiuti tossici, interrati illegalmente a tonnellate in mezza Italia ma soprattutto nelle campagne al Sud e in Campania, fra le province di Napoli e Caserta, con conseguenze devastanti per la salute delle popolazioni. Sono fatti risaputi e scontati, quelli ripetuti dal boss pentito Carmine Schiavone, 70 anni, cugino di Francesco detto Sandokan, il gran capo del clan dei Casalesi che da decenni imperversa nelle campagne del Casertano estendendo il proprio malaffare ormai in mezzo mondo. LA STRAGE DELLA CAMPANIA. Sono dati risaputi, quelli scanditi dal boss che si presenta sorridente e rilassato. Eppure, fa impressione ascoltarli - nudi e crudi - dalla viva voce di uno dei protagonisti dell’orrendo business che sta facendo ammalare e morire migliaia di cittadini (tra cui moltissimi bambini) colpiti da svariate forme di cancro. Schiavone - capelli corti, candidi e ben curati, il viso sbarbato di fresco, la camicia stirata, l’eloquio zoppicante nel dialetto casertano - in un’intervista a SkyTg24 ha confermato al 100% quel che da anni i cronisti più attenti e i movimenti di protesta denunciano inascoltati: «Gran parte dell’imprenditoria del Nord d’Italia», ha detto il capoclan pentito, che è giunto al termine del suo programma di protezione, «per risparmiare smaltisce illegalmente i rifiuti pericolosi, da quelli della pittura agli ospedalieri fino ai fanghi termonucleari di cui sono ricolme le campagne del basso Lazio, di Casal di Principe, Castelvolturno, Grazzanise, Santa Maria La Fossa, Caivano, Marcianise». UN AFFARE PER LE SOCIETÀ DEL NORD. A chiedere alla camorra di sotterrare fiumi di policlorobifenili e altre schifezze in cambio di soldi e senza troppi scrupoli sono state e sono - secondo Carmine Schiavone - «le grosse società del Nord, ma anche di Pisa, di Santa Croce sull’Arno, di Verona». E poi, molte società francesi, del Belgio e di altri Paesi europei. Insomma, mezzo mondo - avverte il boss, che è atteso da una trentina di processi - scarica nel Sud d’Italia i suoi residui più pericolosi. «Il materiale tossico», racconta ancora Schiavone, «viene sotterrato nelle cave di sabbia o sotto terra e poi viene ricoperto con cura». La verità, aggiunge, è che in Campania «stanno morendo 5 milioni di persone per colpa dei veleni che abbiamo sepolto, protetti da insospettabili connivenze». «Siamo al paradosso. Ora Schiavone potrebbe fare il consulente» Le dichiarazioni di Schiavone sembrano ricalcare appieno le denunce avanzate dai comitati di protesta, che da sempre affermano che esiste «una stretta correlazione tra l’altissimo numero di tumori registrato nell’area casertana a nord di Napoli e le tonnellate di rifiuti al veleno che in quelle terre sono state smaltite fuori da ogni regola». Ma con le sue parole, l'ex boss Schiavone sembra voler far sapere di più e andare oltre l’auto-denuncia. «Ho fornito», confessa, «alla commissione sulle ecomafie i numeri di targa dei camion che da sempre trasportano rifiuti tossici: perché finora i proprietari e gli autisti non sono stati identificati e arrestati?». L'ASSENZA DI CONTROLLI. Schiavone re-introduce, forse non a caso, un dubbio già consolidato tra coloro che seguono le vicende di ecomafia: perché non si riescono a compiere concreti passi avanti sul versante dei controlli e della prevenzione contro chi avvelena le campagne sotterrando tonnellate di immondizia ad alto rischio? E soprattutto: perché il famoso progetto di monitoraggio satellitare (si chiamava Stir) che avrebbe dovuto tenere sotto costante controllo i camion carichi di immondizia (seguendoli passo dopo passo lungo i loro percorsi) non è mai nato nonostante i finanziamenti (in parte scomparsi) e le tante promesse? LA DENUNCIA DEL COMITATO DEI FUOCHI. «Siamo al paradosso», dicono a Lettera43.it i leader del Comitato dei Fuochi, che fa monitoraggio sulle aree più inquinate, «ora c’è da augurarsi che il boss Schiavone venga utilizzato come consulente per le bonifiche delle terre in cui viviamo: nessuno meglio di lui conosce e può indicare i luoghi esatti in cui sono stati sotterrati i veleni. Nessuno sa a memoria come lui quali sono i camion fantasma che ogni sera scorazzano lungo l’Asse mediano e chi ne è alla guida». Secondo un recente report pubblicato dal ministero per la Salute, nel 2009 in Campania sono stati prodotti 5 milioni di tonnellate di rifiuti tossici rispetto ai 3 milioni e 750 mila del 2008, con un incremento del 13%. Una percentuale, assicurano gli esperti, che è ulteriormente aumentata negli anni successivi. Eppure, il governo continua a negare che sia dimostrabile un nesso tra veleni sotterrati e boom dei tumori. MANCA IL REGISTRO REGIONALE DEI TUMORI. In Campania non è mai stato possibile far nascere il registro regionale dei tumori, sebbene uno studio dei ricercatori Angir commissionato dalla Giunta comunale di Napoli abbia confermato che i napoletani che abitano nei quartieri a nord, cioè quelli più vicini all’area casertana invasa dai rifiuti avvelenati, si ammala di cancro molto più che in qualsiasi altra parte d’Italia: 131 cittadini ogni 100 mila rispetto agli 80 del dato nazionale. I numeri parlano chiaro. Eppure il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha ipotizzato che buona parte delle morti per cancro tra Napoli e Caserta siano dovute «a stili di vita sbagliati e a un’alimentazione che si allontana dalla dieta mediterranea». LA BATTAGLIA DI DON PATRICIELLO. Don Maurizio Patriciello, parroco e leader del comitato Fuochi, stanco di celebrare funerali costellati da bare bianche, ha affisso tutt’intorno all’altare maggiore nella sua chiesa al parco Verde di Caivano, le fotografie dei bambini uccisi dal cancro e dalla leucemia: due, sei, 10, 100. Una strage infinita, negata dalle istituzioni. Qui si fa jogging con la mascherina anti-gas. E le finestre si tengono chiuse anche d’estate. Per settimane, don Patriciello ha celebrato messa circondato dalle immagini dei bimbi scomparsi e dalle ceste ricolme di pomodori, frutta e verdure appena raccolte nei campi avvelenati. «SERVE UNA BONIFICA PER FERMARE LA STRAGE». Ora, l’instancabile parroco ha chiesto via Facebook a disegnatori, fotografi e vignettisti di dargli una mano per stampare centinaia di cartoline che raffigurino immagini della terra dei Fuochi da spedire al presidente della Repubblica, ai ministri, «a tutti coloro che potrebbero fermare la strage bonificando il territorio e non lo fanno». Dice Bruno Sepe, del comitato Fuochi: «La nostra è una tragedia trans-nazionale, la cui tragica verità viene oggi ammessa e confermata perfino da chi, da criminale, ha contribuito a determinarla. Siamo al paradosso: a non crederci è rimasto solo chi ai vertici dello Stato ancora straparla di diete sbagliate e stili di vita non sani». Venerdì, 23 Agosto 2013 http://www.lettera43.it/cronaca/campania-la-strage-causata-dai-rifiuti-tossici_43675106091.htm

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